Da mesi, in ogni angolo del mondo, non si fa che parlare del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu come di uno dei più controversi e disastrosi degli ultimi decenni. Le accuse sono gravi e numerose: repressione violenta dei palestinesi, uso sproporzionato della forza, ostacoli sistematici agli aiuti umanitari, e soprattutto la gestione della guerra a Gaza, che ha lasciato dietro di sé un numero spaventoso di vittime civili. Il suo Premier è attualmente indagato per crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Eppure resta saldamente al potere. La Striscia di Gaza è ormai ridotta a un cumulo di macerie, priva di servizi essenziali, con interi quartieri rasi al suolo. Migliaia di persone muoiono ogni mese, spesso mentre cercano semplicemente di accedere al cibo o a cure mediche. Secondo fonti internazionali, metà delle vittime sono bambini. Gli aiuti umanitari, pur autorizzati, non riescono a raggiungere le aree più colpite, ostacolati da vincoli burocratici, blocchi militari e spesso da un contesto di guerra che rende impossibile la distribuzione. Nonostante questo scenario, le principali potenze occidentali – Europa in testa – sembrano limitarsi alla diplomazia delle dichiarazioni. Nessuna iniziativa concreta, nessuna “coalizione di volenterosi”, come quella auspicata contro altri regimi ritenuti colpevoli di crimini simili. Contro Putin, ad esempio, si invocano sanzioni, tribunali internazionali e interventi diretti. Per Netanyahu, invece, si resta nel limbo delle condanne verbali. Viene da chiedersi: perché? Cosa frena la comunità internazionale dal prendere provvedimenti concreti? Perché non si autorizza un intervento dell’ONU, almeno per garantire la distribuzione di beni primari alla popolazione palestinese? E se davvero un’azione è in corso, come dichiarano alcuni governi, perché allora la gente continua a morire ogni giorno per un pezzo di pane? Anche all’interno della diaspora ebraica, in Italia e nel mondo, non mancano voci critiche. C’è chi dice apertamente che “Netanyahu fa schifo”, ma a queste parole raramente seguono mobilitazioni significative. Nessuna protesta globale, nessuna presenza fisica stabile nei territori martoriati. Non si vede un fronte compatto di intellettuali, artisti, sacerdoti, imam, attivisti, disposti a esporsi e a restare a Gaza, accanto alla popolazione, sfidando – anche simbolicamente – l’occupazione militare. Si ha la sensazione che ci si limiti a indignarsi da lontano. Che ci si fermi sempre un passo prima dell’azione. E quando qualcuno si mobilita, lo fa spesso con finalità politiche o propagandistiche, più che per autentico spirito di solidarietà. I precedenti non sono incoraggianti: dai viaggi umanitari nei centri d’accoglienza per migranti fino ai tentativi di aiuto in zone dimenticate del Sud globale, le iniziative dal basso faticano a produrre risultati concreti. Forse è il momento di chiedersi se esistano ancora veri “volenterosi”, persone disposte a mettere a rischio la propria sicurezza per una causa di giustizia. Se esistono, dovrebbero farsi avanti adesso. Perché se davvero, come molti sostengono, il governo Netanyahu rappresenta un’anomalia etica e politica, non basta più dirlo. Serve agire. Serve chiedere apertamente la sua uscita dalla scena politica, senza compromessi, senza salvacondotti offerti da alleati ideologici come Matteo Salvini o Viktor Orbán.
Perché, in fondo, la domanda resta sempre la stessa: se tutti dicono che il Governo Netanyahu fa “schifo”, perché nessuno fa nulla per mandarlo via?