Opinioni e commenti

I conflitti nella UE e l’eredità di Mosca

Per capire i conflitti di oggi nell’Unione Europea bisogna guardare al passato. Con la formazione del
blocco sovietico ed il Patto di Varsavia i paesi dell’Est Europa ebbero ben poca autonomia. Il controllo del
PCUS stalinista non ammetteva digressioni. Avvenne così che in Polonia, a Poznan, nel mese di Giugno
del 1956 scoppiò una insurrezione popolare per la situazione economica e per la limitata libertà. Nello stesso anno, ad ottobre, insorse l’Ungheria e le truppe sovietiche repressero la rivolta. I morti, operai e studenti, furono oltre cinquemila. Intellettuali e
giovani fuggirono all’estero in cerca di libertà. Il PCI di Togliatti si schierò con Mosca, ma un gruppo di
intellettuali abbandonò il partito in grave dissenso.
Lo stesso Di Vittorio, segretario generale della CGIL, condannò il comportamento sovietico. Negli anni sessanta scoppiò un grave conflitto tra Russia e Polonia per la piccola proprietà contadina che i sovietici volevano nazionalizzata ed i polacchi privatizzata.
Sarà l’economista polacco Oskar Lange a condurre lo scontro e a vincere la battaglia. Questo settore consentirà al popolo polacco di superare momenti di grave crisi alimentare. Nel 1968, dopo l’avvento alla segreteria del Partito Comunista Ceco di Alexander
Dubcek, la Cecoslovacchia si aprì ad un socialismo dal volto umano e la risposta di Mosca fu la sua invasione il 20 agosto.
Insomma, la politica di Mosca fu quella di limitare pesantemente l’autonomia dei paesi del Patto di Varsavia non solo in politica estera ma anche nella politica economica interna. Nel 1989 crollò il muro di Berlino e l’Unione Sovietica si sfaldò. Nel 1950 sei paesi avevano dato vita al trattato di Roma per avviare l’Unione Europea. L’idea, nata a Ventotene, voleva realizzare una comunità solidale superando la tragedia del nazionalismo che aveva prodotto il secondo grande conflitto mondiale. Con l’avvio del processo di integrazione si fissarono regole comuni per lo sviluppo economico e sociale. Con la presidenza Prodi (1999-2004), anche i paesi dell’Est Europa,
riavviata la democrazia parlamentare, entrarono nella UE. Questa scelta non fu politica, ma di convenienza, come appare in tutta la sua evidenza oggi.
Avere aiuti è un utile tornaconto, così la UE giunse ad essere formata da ventisette paesi. Se, come diceva il presidente Prodi, i problemi inizialmente giungevano dai sei fondatori, oggi giungono dei paesi ex membri del patto di Varsavia. Perché?
La risposta giunge dalle pagine di storia sin qui citate. Le stesse limitazioni all’autonomia subite dalla dominazione di Mosca oggi vengono vissute per le norme imposte dalla adesione alla UE. L’opposizione polacca alle regole elementari di democrazia, come
ad esempio l’autonomia della magistratura, dimostrano come la cultura del centralismo comunista a Varsavia non sia stata ancora superata. Allo stesso modo, le scelte sovraniste del governo ungherese del premier Orban confermano come l’adesione ad
un processo di integrazione europea che presuppone regole comuni non sia avvenuto. Insomma, oggi si pone più che mai la questione di scelte per il futuro.
Realizzare un’Europa Comune significa rinunciare ad una parte della propria autonomia: chi accetta rimane, chi pensa ad una propria totale autonomia deve necessariamente uscire. I piedi in due staffe non si possono tenere, autonomia totale e aiuti economici
sono incompatibili tra loro. In futuro saranno questi i difficili nodi da sciogliere e
l’uscita di alcuni paesi sarà inevitabile. La Gran Bretagna lo ha già dimostrato.