Le Case della Comunità rappresentano uno dei principali investimenti del PNRR nella sanità territoriale. Sono stati finanziati edifici, ristrutturazioni, tecnologie, apparecchiature, procedure amministrative. Nel frattempo, non sono mancate inaugurazioni e tagli di nastro.
Tutto sembrava procedere secondo il cronoprogramma. Poi è emerso il nodo che molti operatori sanitari segnalavano da tempo: le strutture, da sole, non curano nessuno. Servono medici, infermieri e professionisti sanitari. Non è un caso che, a pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno fissata dal PNRR, sia stato raggiunto un accordo che coinvolge i medici di medicina generale nelle Case della Comunità. Una soluzione arrivata in extremis, proprio per consentire a queste strutture di diventare realmente operative.
Resta però una domanda di fondo: stiamo rafforzando la medicina territoriale oppure stiamo semplicemente spostando gli stessi professionisti da un luogo all’altro? Le Case della Comunità previste dal PNRR sono poco più di mille. I Comuni italiani sono quasi ottomila. È evidente che il modello della prossimità non potrà essere identico ovunque.
Nelle grandi città questo assetto potrà forse funzionare; nelle aree interne, nei piccoli centri e nelle zone montane il rischio è diverso: allontanare il punto di riferimento sanitario che, per decenni, è stato rappresentato dal medico di famiglia.
Per molti cittadini, soprattutto anziani e fragili, anche una semplice prescrizione potrebbe richiedere spostamenti più lunghi e un percorso burocratico più complesso. Se il nuovo modello non riuscirà a garantire un accesso semplice e tempestivo, il rischio è che sempre più persone rinuncino ad attendere il servizio pubblico, scegliendo di pagare direttamente visite ed esami privati. Non perché lo preferiscano, ma perché rappresenta la strada più rapida.
Viene allora in mente una celebre frase di Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.” La sensazione è che, anziché semplificare il rapporto tra cittadini e sanità pubblica, si rischi di rendere il percorso più lungo, più complesso e, in molti casi, meno accessibile.
Le riforme della sanità territoriale sono necessarie. Nessuno mette in discussione l’esigenza di modernizzare il sistema. Ma dovrebbero nascere partendo dai bisogni concreti dei territori, ascoltando chi ogni giorno lavora negli ambulatori, nelle guardie mediche e nei distretti sanitari. Perché una buona organizzazione non si misura dal numero degli edifici inaugurati, ma dalla capacità di garantire cure semplici, tempestive e vicine alle persone. Le Case della Comunità potranno diventare una grande opportunità. Ma solo se saranno davvero case dei cittadini, e non soltanto nuovi contenitori da riempire all’ultimo momento.
Angelo Santoro