Alla base di ogni azione politica, anche la più spinta sul piano propagandistico, dovrebbero sempre esserci l’esempio, l’educazione e il rispetto. La buona politica insegna a non chiudere mai nessuna porta, perché in democrazia anche il dissenso può evolversi in confronto, e il cambio di opinione è spesso sintomo di crescita, non di debolezza. Diverso è il caso dei monarchi, che pur mantenendo una forma di rispetto verso i sudditi non necessitano di tenere aperti spiragli. Hanno già le chiavi di tutto. Con l’ascesa di Donald Trump, si è imposta una nuova grammatica del potere, in cui contano solo forza, controllo e denaro. Non che prima il potere fosse immune da questi elementi, ma almeno esisteva una certa etichetta istituzionale, un contenimento formale. L’ultimo spot diffuso online – generato da intelligenza artificiale e avallato dallo stesso Trump – segna un ulteriore passo nel degrado del linguaggio politico. Non si tratta solo di cattivo gusto o di satira estrema. Qui si veicolano modelli, si trasmettono segnali culturali, si educano – o si diseducano – intere generazioni. Non è ancora bullismo, ma il passo è breve. E se oggi tutto ciò sembra passare inosservato vuol dire che la soglia dell’indignazione si è spaventosamente alzata. Solo pochi anni fa un’immagine del genere – un presidente alla guida di un camion da espurgo intento a “ripulire” come metafora politica – avrebbe suscitato scandalo e rifiuto bipartisan. Ora sembra normale. Il messaggio è chiaro: via la “feccia” che chiede diritti, che rispetta le diversità, che alza la voce ma con strumenti civili. Quello che un tempo era cittadinanza attiva oggi viene rappresentato come spazzatura da eliminare. Colpisce, forse più del contenuto in sé, la risposta tiepida del fronte opposto. Le voci critiche sembrano sussurri, quasi pudiche, incapaci di articolare una reazione pubblica che vada oltre lo sdegno privato. E questo silenzio è un regalo inestimabile per chi costruisce il consenso proprio sull’estremizzazione verbale e visiva. Ma ciò che allarma davvero è l’ostentazione dell’arma come strumento politico, simbolo di potere e intimidazione. Una rappresentazione che nemmeno la narrazione epica dell’Iliade avrebbe osato concepire in termini così espliciti. Non c’è più eroismo o valore, solo sopraffazione. Oggi più che mai dovrebbe essere la borghesia occidentale – quella silenziosa, moderata, ancora capace di distinguere tra libertà e violenza – a far sentire la propria voce. Non con urla o slogan, ma con prese di posizione chiare, nette, coraggiose. Anche solo scrivendo, ma facendolo pubblicamente.
Infine un plauso sincero al Comitato per il Nobel, che ha saputo resistere alle pressioni di chi avrebbe voluto conferire il premio per la pace a Donald Trump. Immaginate cosa sarebbe successo: un boato di ironia globale, una tempesta di sarcasmo in rete, e un’altra spallata all’idea che i simboli abbiano ancora un senso.