Il Fondo

Il piacere dell’acquisto, bye bye

Di Anonimo - Hugh Thomas: El Imperio español, Barcelona, 2004, Sección gráfica, ISBN 84-473-3635-2, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5529853

Negli ultimi anni il nostro modo di comprare è cambiato radicalmente. Dallo sguardo alla vetrina al tap sullo schermo del telefono, dalla passeggiata in centro al checkout in pochi secondi, con tanto di messaggio di conferma. Ma in questa corsa alla comodità, cosa abbiamo perso per strada? Una riflessione sul commercio che cambia, e su un piacere – quello dell’acquisto – che forse non è più lo stesso. Il mondo del “commercio” è un continuo confronto tra ieri e oggi, e su questo si costruiscono le proiezioni di domani, scommettendo sulle tendenze future. Più o meno è sempre stato così, ma oggi tutto si è accelerato, forse in modo esagerato. Al punto che tra il click dell’acquisto della merce vista sullo schermo del telefonino, lette le descrizioni e il conto alla rovescia che fa sembrare l’affare in scadenza, se non compri entro pochi secondi, il processo appare quasi surreale. Si clicca, si paga, si aspetta. Certo, se quando arriva il corriere il pacco delude, il prodotto si può restituire entro quindici giorni. Si rimanda indietro il maglione che dal vivo non rispecchia le aspettative e si aspetta il rimborso, come da contratto. Ma davvero questo ci rende più liberi? Ripensandoci, non era forse meglio – e paradossalmente più veloce – prima, quando bastava attraversare la strada per entrare in un negozio, provare lo stesso maglione, magari con la complicità della commessa che ti lasciava portarlo a casa per farlo vedere alla nonna in carrozzina, e poi restituirlo subito dopo. Senza dover coinvolgere il gestore dei soldi di plastica, che comunque, anche nella migliore delle ipotesi, chiede una giusta commissione. In più c’è da considerare il traffico dei corrieri che vanno e vengono senza sosta, intasando le strade e contribuendo all’inquinamento del luogo in cui viviamo. Tutto questo per oggetti che, spesso, non servono davvero. Il paradosso è che per acquistare perfino un letto il rivenditore lo deve ordinare. E se chiedi quello esposto, quasi ti fa sentire un mentecatto. Il prodotto c’è, ma non si può vendere. Siamo cambiati noi? Forse sì. L’impressione è che siamo passati da un mondo reale, fatto di contatti e percezioni, ad un mondo virtuale, dove tutto è finzione. Una foto ritoccata, parole mai pronunciate, un viaggio mai fatto, anche se la tua immagine è quella di quando avevi vent’anni, con uno sfondo caraibico generato da un filtro. Un po’ come infilare la testa nel cartellone del luna park per sembrare un torero. Abbiamo preso la palla al balzo per partecipare ad una partita che forse non era la nostra. Ma ci siamo entrati, accettando le regole del gioco. Anche il piacere dell’acquisto è diventato virtuale. Compriamo una maglietta sul telefono mentre siamo in tram o sul divano. La maglietta, bene o male, va sempre bene. Ma sono le scarpe il vero problema. Le scarpe fanno impazzire i corrieri che vanno avanti e indietro con la Cina. Perché una volta, per comprarne un paio, si andava in negozio, si provavano dieci modelli diversi, si camminava qualche passo, si trovava la scarpa giusta, il numero giusto, che quasi mai era quello che pensavi. Oggi si ordina, si spera, e spesso si sbaglia. E poi, vuoi mettere la libidine di toccare quella pelle scamosciata con le mani? Di sentire l’odore del cuoio, di farsi consigliare da chi ne capisce, di vivere il momento dell’acquisto come un’esperienza? Il commercio non è solo scambio, è relazione, percezione, sensazione. E se lo trasformiamo in un processo automatizzato e impersonale, qualcosa si perde per strada. Piacere dell’acquisto, bye bye.