Con una decisione che ha il sapore dell’assurdo si è stabilito che ad essere tutelati da ogni responsabilità saranno solo i medici che si atterranno scrupolosamente ai protocolli. A pagarne il prezzo saranno tutti gli altri. Quei professionisti che in scienza e coscienza decidono di discostarsi dalle linee guida per il bene del paziente. Medici veri, spesso scrupolosi, preparati, umani. Medici che conoscono la storia clinica di chi hanno di fronte, che non si limitano a leggere numeri ma ascoltano persone. Dall’altra parte però si spalancano le porte dell’impunità per chi, dietro lo scudo del protocollo, riduce l’atto medico ad una sequenza burocratica di istruzioni. A chi, con superficialità o per comodità, liquida un colpo di tosse con una caramella al mentolo, consiglia una tachipirina per ogni febbre o invita il paziente a misurarsi la temperatura tre volte prima di andare in Pronto Soccorso. Tutto questo magari mentre risponde da casa, in reperibilità o durante una cena, senza aver nemmeno visto il paziente. Il vero paradosso è che in nome della tranquillità operativa si finisce per premiare la passività e punire la competenza. Il messaggio implicito è chiaro. Segui il protocollo e sarai salvo, anche se il paziente peggiora o muore. Usa il tuo giudizio clinico, anche in buona fede, e potresti ritrovarti sotto processo per aver sprecato risorse pubbliche. Eppure la medicina non è una scienza esatta. È fatta di variabili, di sfumature, di decisioni complesse che vanno prese in pochi minuti. Il medico non è un esecutore automatico di linee guida ma un professionista formato per assumersi responsabilità, valutare caso per caso, decidere secondo la propria coscienza. Quello che manca davvero oggi è uno scudo legale concreto. Non l’impunità, ma una reale tutela per quei medici che finiscono nel mirino di cause civili o penali, spesso basate su accuse infondate che servono solo a cercare un risarcimento economico. L’unico vero passo avanti sarebbe garantire che in questi casi sia l’AUSL a coprire le spese legali del medico, almeno fino all’accertamento della responsabilità. Questa nuova norma invece è l’ennesimo colpo inferto a una categoria composta, nella sua larghissima maggioranza, da persone perbene che lavorano con passione e dedizione, in condizioni sempre più difficili. Un contentino amaro, simile a una caramella data a un bambino per distrarlo mentre gli si toglie qualcosa di ben più importante. Il protocollo non può e non deve diventare una gabbia. In alcune situazioni estreme l’unica strada per salvare una vita può essere proprio quella di andare oltre, assumendosi la responsabilità di una scelta non prevista dal manuale. Perché in quell’istante decisivo, in quella stanza, davanti a un paziente che sta male, c’è solo un medico. Ed è lui, e solo lui, che può decidere cosa fare. Deresponsabilizzare è il modo più comodo per eliminare l’errore umano, ma è anche il più pericoloso. È un approccio ipocrita che riduce la medicina a burocrazia e cancella il valore della relazione, della fiducia, dell’esperienza. È il meccanismo che ha già cominciato a smantellare una sanità pubblica che un tempo era tra le migliori al mondo. Quello che oggi si racconta come una conseguenza della pandemia era in realtà in atto già da molto prima. Il Covid è stato solo il grimaldello per forzare le difese della nostra ragione, per convincerci ad accettare come inevitabili trasformazioni che erano tutt’altro che neutre. Responsabilità, non deresponsabilizzazione. È questa la strada da seguire. Un medico deve sentirsi tutelato nel momento in cui decide di curare, non semplicemente di obbedire. Perché curare non è un atto meccanico. È un atto umano, e quindi inevitabilmente, profondamente, responsabile.
Altro che l’ipocrisia di precisare “Ci teniamo però a ribadire con forza che non si tratta di un provvedimento corporativo, che garantisce l’impunità ai medici, bensì assicura ai cittadini di essere curati da personale che opera in maggiore tranquillità”. Inciso che troviamo offensivo della nostra intelligenza.
Il prezzo della coscienza: chi cura rischia, chi si protegge no