Opinioni e commenti

Il quarto pilastro della diplomazia

In questi giorni concitati il preparatissimo Andrea Margelletti sostiene, su ogni media che gli offra spazio, che la diplomazia ha tre pilastri: l’economia, la politica e la forza. Temo che il saggio analista abbia dimenticato il quarto pilastro. In fondo, da quando esistono le capanne, sappiamo tutti di non poter metterci neanche un tetto, su soli tre pilastri. Dunque c’è un quarto pilastro dimenticato, o perso per strada.
Diplomazia, parola composta dal greco “diploma” a sua volta originato da “diploos” – cioè doppio, come un documento piegato in due, e dal latino “actis”, che riporta a qualcosa realizzabile solo agendo.
Per provare la legittimazione conferitagli dal proprio sovrano a trattare in suo nome, ogni messo portava con sé un diploma, cioè un documento ripiegato, tascabile, funzionale a mostrare le proprie credenziali diplomatiche. Nel tempo, all’accezione pratica del passaporto si è aggiunta quella figurata della doppiezza di ingaggio, quella che nei romanzi e nella fantasia popolare è tipica delle spie.
Ma la diplomazia non è fatta solo di spie. La diplomazia è un corpo vivente di uomini e donne che di certo conoscono bene la politica, l’economia e la forza. Ma non solo: conoscono benissimo il quarto pilastro, quello dimenticato da Margelletti. Quale?
Partiamo dai grandi diplomatici russi.
Griboedov, passato alla storia come autore della commedia “Che disgrazia l’ingegno!”, poliglotta e genio immortale della letteratura russa.
Viskovatyj, padrino del servizio diplomatico russo, al servizio di Ivan il Terribile.
Il principe Gorchakov, amico stretto di Aleksandr Pushkin, che dedicò tutta la vita al servizio diplomatico, e rifondò i principi fondamentali delle relazioni internazionali tra la Russia e il resto del mondo con lo zar Nicola Primo.
Il conte Bestuzhev-Rjumin, responsabile degli Affari esteri russi durante il regno dell’imperatrice Elisabetta, nell’era dei colpi di palazzo.
Gromyko, un gigante: ministro degli esteri nell’URSS per quasi tre decenni, dal 1957 al 1985.
E andando a ritroso nel tempo potremmo partire dai bizantini, passando dai funzionari diplomatici pontifici, e dal sistema Mediceo con Machiavelli e Guicciardini, per ritrovarci oltremanica con Sir Boleyn e il Dottor West, e finire nella Guerra dei Trent’anni con Ugo Grozio.
Henry Kissinger, infine, fa storia a sé.
Dunque: cosa accomuna tutti questi uomini?
I muscoli? La politica? L’economia? No, di certo.
Ad accomunarli è quel famoso quarto pilastro: la cultura. Una tenace, curiosa, appassionata cultura. Una cultura che era insieme fame e boccone, veleno e antidoto, alfa e omega di quanti aspiravano a portare lustro alla propria nazione.
Bene diceva Hannah Arendt, nel periodo più buio dell’umanità, che “la società di massa non vuole cultura ma svago”. E del resto ora che la guerra torna a bussare alle porte di casa nostra, il compito degli informatori appare oltremodo arduo: chi ascolta le cronache non è allenato ad utilizzare lo spirito critico. Spirito che, se lasciato a rammollirsi negli ozi dello svago (appunto), appena chiamato al bisogno semplicemente non risponde. O peggio, risponde male. Panem et circenses, insomma.
Antonio Gramsci sosteneva: “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”. E così Gramsci acquistava ad honorem anche il pieno titolo di diplomatico, se è vero (come è vero) che il diplomatico è colui che comprende, sente, e ha cura e coscienza delle relazioni interumane e interstatali.
Viviamo in una società pigra, disillusa, acritica, ignorante. Bello sarebbe avere un novello Goya a rappresentarci ancora quell’ineccepibile realtà: il sonno della ragione genera mostri.
E oggi, ogni volta che qualcuno demolisce senza ricostruire, non si informa, non studia, non accetta il dibattito, rifiuta lo scambio, si irrigidisce nei preconcetti, la diplomazia muore. E i mostri avanzano.