Cultura

Il ruolo sociale del barbone è quello di farci sentire buoni

Le persone fragili che chiedono aiuto per strada, i mendicanti che troviamo nei luoghi di passaggio, sono socialmente indispensabili per farci sentire buoni. Detto da me non è un modo di dire né una provocazione, ma un convincimento che ho sempre avuto. O, comunque, è un pensiero che avevo già messo nero su bianco nel mio libro Per sola andata, pubblicato un quarto di secolo fa. Sono appuntamenti ricorrenti che mi perseguitano e che, ogni volta, mi restituiscono una dimensione umana, arricchendomi il cuore. E non capitano nemmeno spesso.

Oggi scrivo questo pezzo perché mi è stata offerta una sorta di redenzione rispetto a un episodio che mi era capitato anni fa. Avevo incrociato una ragazza magra, bianca, cerea, vestita modestamente. Mi aveva chiesto aiuto.

“Ho fame”, mi aveva detto con un soffio di voce. Tirai dritto. Poi tornai indietro e, con tono arrogante, le feci cenno di seguirmi fino a un bar poco lontano. Entrati, dissi al gestore di darle tutto ciò che desiderasse, compreso un panino da portare via, che poi sarei passato a pagare. E senza quasi degnarla di uno sguardo uscii dal locale. Avevo fretta. Poco dopo tornai indietro per pagare e il barista, a sua volta meravigliato, mi disse che il conto consisteva in una pasta secca e un Estathé. Poco più di due euro.

La commozione e la vergogna mi assalirono al punto che cominciai a girare per rintracciarla e chiederle scusa. Ma non riuscii più a trovarla, nemmeno con la complicità dei servizi sociali. Svanita nel nulla. Da allora mi sono portato dietro questo peso. Non che avessi cambiato la mia vita, non sarebbe onesto dirlo. Ma in certe occasioni ricordavo a me stesso quell’accaduto, sempre con una certa commozione. Come se quella ragazza fosse rimasta lì, da qualche parte nella mia memoria, a ricordarmi che anche fare una cosa apparentemente giusta può essere fatto nel modo sbagliato.

Ebbene, ieri al mercato ho visto una ragazza seduta a terra che cantava sommessamente, senza musica. Accanto aveva un piccolo cartello sul quale, scritto a mano, si leggeva: “Aiutatemi, ho bisogno”. Nonostante ciò che mi era precedentemente capitato, ho tirato dritto. Ma intanto tornava alla memoria il precedente episodio. La ragazza del bar, la sua voce, quel “ho fame”, i due euro e poco più che avevo scoperto di averle negato senza nemmeno rendermene conto. Pochi minuti dopo sono tornato indietro. Con calma mi sono piegato accanto a lei e ho messo nella scatola i pochi contanti che avevo in tasca. Le ho preso le mani e le ho fatto una carezza sul foulard che aveva in testa. A contatto c’era solo la pelle.

Mi sono allontanato con calma e, una volta in macchina, mi sono particolarmente commosso. Per la ragazza, naturalmente. Ma anche per me, a cui la vita aveva offerto una seconda opportunità, nonostante forse non la meritassi. Una seconda opportunità per fare una cosa semplice: fermarmi. Perché forse è questo che ci chiedono, prima ancora dei soldi. Di essere visti. Di non essere trasparenti. Di riconoscere per un istante, nella persona seduta per terra, qualcuno che ci assomiglia più di quanto siamo disposti ad ammettere. E allora ritorno alla mia vecchia convinzione.

Forse il ruolo sociale dei sofferenti è davvero quello di farci sentire buoni. Ma c’è un paradosso: siamo noi ad avere bisogno di loro per ricordarci di esserlo. Loro, invece, avrebbero bisogno di molto altro. Di dignità, di ascolto, di una mano che non si limiti a depositare qualche moneta in una scatola. Io, ieri, quella mano l’ho data. E mi sono sentito buono.

Ed è proprio per questo che continuo a chiedermi se, alla fine, non sia stata ancora una volta la ragazza a fare qualcosa per me. Forse è questo il ruolo sociale dei sofferenti: esistono per farci sentire buoni.