Henri Lefebvre ci insegnava che la città è uno spazio da leggere innanzi tutto in senso politico, dalle forti potenzialità rivoluzionarie. Anche per questo è interessante il lavoro compiuto da ScenArte, il Festival Internazionale del Teatro Urbano, che si terrà quest’anno dal 23 al 31 agosto tra Isola Farnese, Cesano di Roma e il Giardino degli Aranci. Proposto dall’associazione La Capriola e dalla compagnia Abraxa Teatro, il Festival vedrà la presenza di numerose figure di primo piano del mondo del teatro, tra cui quelle di Eugenio Barba e Julia Varley dell’Odin Teatret, con cui ScenArte mantiene da sempre una proficua collaborazione. Con Emilio Genazzini di Abraxa Teatro, ideatore e direttore del Festival, abbiamo indagato sul significato del concetto di teatro urbano, sulla sua origine, sulla sua politicità.
ScenArte avrà luogo dal 23 al 31 agosto. Un’edizione che si preannuncia particolarmente stimolante…
Sì, si pensi ad esempio alle location: Isola Farnese, con le sue bellezze naturali, è un piccolo scrigno tutto da visitare, ai margini del Parco di Veio; il Giardino degli Aranci, con la sua splendida visuale dalla parte opposta del Gianicolo, è un luogo accogliente e di grande tranquillità.
Dal punto di vista artistico, il festival vedrà la presenza di Eugenio Barba e Julia Varley, in occasione del sessantesimo anniversario dell’Odin Teatret e contemporaneamente del trentesimo di ScenArte. Di questo duplice anniversario si parlerà il 31 agosto con una serie di docenti universitari, da Lucio Argano, a Gabriele Sofia, a Chiara Crupi. Nel corso della serata, Eugenio presenterà un film dell’Odin Teatret, “Anabasis”, mentre Julia presenterà un suo spettacolo: “Quindici minuti con Mr. Peanut”. Un altro punto di forza sarà “New Generation 25. La performance che non può finire”, prodotto da Abraxa Teatro, riallestimento di uno spettacolo che ha debuttato molto felicemente al teatro Marconi: ci saranno i nostri Massimo Grippa e Francesca Tranfo di Abraxa Teatro con sei attrici giovani e molto qualificate. Interverranno al Festival anche il Theatre En Vol di Sassari, gruppo che lavora in campo internazionale, e il Teatro Nucleo. Vi saranno poi nostri compagni di viaggio come il TeatroP e il Teatro Roget, che è anche co-organizzatore. Post it 33 si occuperà infine di una giornata in qualche modo “off” del Festival, chiamata “Teatro del Presente”, nella quale artisti e gruppi giovani avranno la possibilità di presentare il loro lavoro in una vetrina internazionale.
Roma è un po’ la protagonista di questo Festival.
Esattamente. Vi sarà una rete di gruppi che presenterà delle opere prime, tutte “site-specific”, di 15 minuti circa, sul territorio dei Municipi di Roma, basate su cronache, leggende, fatti politici, eccetera. Vi saranno anche due visite guidate, rispettivamente presso il XV Municipio, al Parco di Veio, e presso il I Municipio, con la presenza della sociologa urbana Irene Ranaldi. Vi sarà infine la sezione dei Racconti Romani Urbani, passeggiate teatrali nel corso delle quali verranno fatti notare alcuni elementi dei borghi antichi di Isola Farnese e di Cesano di Roma, sulla base dei quali i partecipanti scriveranno dei brevissimi racconti.
Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario di ScenArte. Ci puoi raccontare come nacque questo festival?
Nel 1994 ci recammo al dipartimento cultura del Comune di Roma e presentammo questa proposta. L’idea era quella di occupare i luoghi della città in un modo diverso dal solito: non c’era un palco, una struttura tradizionale, era il teatro ad andare incontro ai cittadini nei posti più diversi. Si trattava di un festival concepito per la città nel quale non c’erano barriere, nemmeno quella rappresentata dal biglietto.
Il Festival rappresentava la punta di iceberg del lavoro portato avanti da me e da Abraxa Teatro sul teatro urbano. Nel 1993 avevamo compiuto con successo un esperimento con un festival ad Anagni e nello stesso anno avevamo fondato l’Università del Teatro, con un comitato scientifico di docenti universitari italiani e stranieri molto significativo. Inoltre nel 1989 avevamo inventato gli interventi nelle metropolitane di Roma, portando il teatro nei luoghi in cui la gente si riuniva: siamo stati i primi in Italia a cimentarsi in questo tipo di spettacoli. L’utopia è partita dai semafori rossi, dalla biglietteria di Roma Termini, dalle scale della Facoltà di Lettere della Sapienza. D’altra parte noi non siamo una compagnia che fa solo teatro di strada, siamo, per così dire, una compagnia che ricerca l’innovazione.
Il Teatro Urbano ha anche una funzione politica…
Questa funzione politica consiste, in primo luogo, in un lavoro di prossimità. Oggi, anche a fin di bene, si organizzano molte campagne sulla sicurezza nei proprio ambienti; ma questa sicurezza comporta anche una certa quota di distanza, che spesso ci impedisce di avere un rapporto umano per esempio con il funzionario che si trova al di là del vetro. Il teatro urbano si incarica invece di esprimere un senso di vicinanza, come avvenne ad esempio in uno spettacolo che facemmo sui treni che si chiamava “I nuovi viaggiatori”.
Poi il nostro teatro è politico in quanto abbiamo anche affrontato temi politici: ricordo uno spettacolo che si intitolava “Lettere dal tuo fronte”, che partiva dalla guerra in Bosnia e arrivava, servendosi anche di degli studi su Artaud, alle trincee quotidiane che creiamo nelle nostre stesse case.
A proposito del rapporto con Eugenio Barba e Julia Varley, quali sono gli aspetti del loro teatro con cui ti sei sentito più in sintonia?
Certamente il training, cioè il lavoro quotidiano in cui l’attore entra in sala con l’obiettivo non di arrivare all’opera che viene presentata, ma piuttosto di ampliare il proprio orizzonte, di lavorare su alcuni principi fisici e vocali che possano allargare il confine della nostra coscienza e le nostre possibilità anche fisiche. Spesso si lavorava sull’acrobatica, ma essa non era il fine ma il mezzo per capire come governare meglio il corpo e compiere determinati esercizi. Si pensi al lavoro sulla lentezza, su azioni non a velocità zero ma molto vicina allo zero: anche se non sembrerebbe, esso comporta un dispendio di energie enorme ed è un’esperienza di comprensione e di governo di se stessi molto importante. Quindi ci ha attratto in particolare questo loro lavoro di base, conoscendo anche quello di Grotowski. E, tornando a quanto dicevamo sulla politica, questo è appunto un lavoro politico, poiché non si fonda su un atteggiamento conservativo, ma su una ricerca che avviene per gradi, senza mai fermarsi.
Giulio Laroni