Il vecchio adagio latino “per avere la pace prepara la guerra” è tornato di moda. A rispolverarlo come sempre sono coloro che dalla guerra ricavano più vantaggi che rischi. Il concetto è semplice: mostrati armato fino ai denti e convincerai il mondo che attaccarti non conviene. Una formula tanto antica da precedere perfino Platone, ma sempre utile a chi deve giustificare investimenti militari, campagne di paura e nuove missioni “necessarie”. Negli Stati Uniti questo modello funziona: più armi, più deterrenza, più senso di sicurezza nazionale. L’Europa però non è l’America. Qui la guerra non si vede nei film, ma scorre a poche centinaia di chilometri dai nostri confini, e la strategia dell’Unione nel conflitto russo-ucraino è stata fin dall’inizio quella del combattente per procura: armi, soldi e incoraggiamenti, mentre i soldati ucraini morivano sul campo al posto nostro. E ora? Con la nuova America trumpiana che strizza l’occhio alla resa di Zelensky – abbandono del Donbas, addio NATO e un accordo scritto sotto dettatura del Cremlino – l’Europa tira un sospiro di sollievo: meno spese, meno responsabilità, meno coraggio richiesto. Ma non tutti dormono sonni tranquilli. Anzi. Macron in Francia e Meloni in Italia, entrambi diretti verso elezioni che si preannunciano complicate, improvvisamente riscoprono il fascino della leva militare. Non per nostalgia patriottica: per paura. Perché se l’ordine internazionale dovesse davvero precipitare, e il rischio di un conflitto arrivasse oltre le porte della Comunità Europea, la chiamata alle armi diventerebbe un’arma politica formidabile. E soprattutto un lasciapassare: in caso di pericolo le elezioni possono essere rinviate sine die. Una tentazione che nessuna classe dirigente fragile si è mai sentita di escludere davvero. È questo il nuovo scenario che si delinea: governi che parlano di pace mentre preparano la guerra, che denunciano la minaccia esterna mentre temono quella interna – le urne. E così il vecchio motto torna utile più per governare che per difendere: “Si vis pacem, para bellum.” Ma viene il dubbio che questa volta la pace non sia l’obiettivo. La guerra, invece, anche fatta solo a spintoni e qualche calcio nel sedere, potrebbe essere il pretesto perfetto per rimanere nei comodi nidi rosso porpora a dare ordini dall’alto: “mena al fegato che lo stendi..”.
Invito alla leva in Francia e in Italia: “Si vis pacem, para bellum”