Il Fondo

Kashmir, il profumo di guerra è già nell’aria

Di US Central Intelligence Agency - Map of Kashmir region created by the US Central Intelligence Agency, 2004; altered by Fowler&fowler (discussione) 06:29, 14 November 2019 (UTC), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=83941334

In quella parte del mondo esistono tutti gli elementi per un possibile confronto nucleare. Un confronto che, al netto dell’ipocrisia, non scuoterebbe più di tanto l’Occidente. L’Afghanistan è condannato al martirio sin dai tempi del colonialismo inglese. Cina e Giappone reagirebbero con allarme ma la distanza sulla carta li metterebbe al riparo. Europa e Stati Uniti osservano da lontano, pronti a studiare gli effetti di un’eventuale esplosione, la prima vera detonazione dopo Hiroshima e Nagasaki che potrebbe fornire finalmente dati concreti su ciò che finora è stato solo simulato nei laboratori. All’epoca fu una tragedia, certo, ma rispetto a ciò che potrebbe accadere oggi sembrerebbe poco più di un sasso lanciato con una fionda. India e Pakistan sono ostili da decenni (1947). Una tensione fatta di parole, scontri a fuoco e rivalità mai sopite. I due Paesi non si sopportano. L’India, membro del gruppo BRICS e solida democrazia asiatica, difficilmente sarà la prima a compiere un passo avventato. Il Pakistan invece, con un arsenale atomico ma poche risorse oltre a quello, potrebbe cadere nella tentazione di un gesto dimostrativo, mosso anche da un certo spirito di rivalsa, simile a quello dei talebani. Entrambi i Paesi condividono con l’Afghanistan un fondamentalismo religioso che da tempo si è strutturato come ideologia politica e militare, capace di agitare l’Occidente al solo nominarlo. Quell’area non offre certezze. Non ispira fiducia. A differenza di altri contesti in cui l’islamismo si manifesta in forme più moderate, qui si fa sul serio. Più sul serio di altrove. Le parole sono poche, i fatti spesso clamorosi. E l’Occidente, per quanto colpito, non può ignorare le proprie responsabilità. Anche perché il trattamento riservato ai profughi afgani negli ultimi anni ha suscitato più di una perplessità. Tornando al presente, la situazione in Kashmir resta tesa. Un recente attentato e l’attacco missilistico indiano di ieri hanno contribuito ad alzare il livello di allerta. In uno scenario dove c’è poco da perdere e molto da dimostrare, ogni mossa può essere fatale. E forse siamo anche condizionati dai conflitti più vicini, da Gaza a Kiev. In Ucraina, l’Unione Europea ha sostenuto Zelensky nella sua sfida contro un nemico potente, che ha invaso il Paese senza provocazioni apparenti. Nessuno, allora, osò contrastare Putin davvero. Ma è evidente che, senza interessi su Kiev, probabilmente l’Europa avrebbe lasciato l’Ucraina al proprio destino. Il parallelo con quanto accade oggi in Kashmir non è diretto, ma aiuta a cogliere la fragilità degli equilibri internazionali. Anche l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 fu inizialmente sottovalutato, poi si trasformò in un conflitto vero e proprio, con decine di migliaia di vittime, moltissimi bambini. In quel caso l’Unione Europea è rimasta silenziosa. A parlare, ogni sera, era solo Papa Francesco, che telefonava al parroco di Gaza per avere notizie. Lo ha fatto fino all’ultimo respiro. Non è una metafora. Pare lo avesse contattato anche alcune ore prima di morire. Intanto la crisi tra India e Pakistan rischia di precipitare da un momento all’altro. Sarebbe opportuno che l’Europa concentrasse le sue energie nel risolvere i due conflitti alle porte di casa e si preparasse ad affrontare eventuali ripercussioni dal fronte del Kashmir. Dove il profumo di guerra è già nell’aria. E sa di nucleare.