In democrazia, ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, incluso dissentire da chi ha descritto Benjamin Netanyahu come una vittima, giustificando persino la frase apparsa su alcuni giornali: “l’Aia legittima la caccia all’ebreo”. Trovo insopportabile questo approccio tranchant, perché credo nella responsabilità di chi ha a cuore la verità e l’immagine delle istituzioni. Il governo israeliano rischia di essere emarginato dalla diplomazia, sia occidentale sia orientale, che con giustizia ed equilibrio ha sempre condiviso le sue scelte. Ora, però, non si può distorcere la realtà di fronte a tragedie come la morte di decine di migliaia di bambini a Gaza nell’ultimo anno: una strage che grava sull’incapacità politica di Netanyahu. È proprio questa incapacità che ha portato il primo ministro israeliano ad essere accusato di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale. E non spetta certo a noi giudicare i giudici, tanto meno delegittimarli con giochi di parole. In uno stato di diritto, la giustizia deve fare il suo corso, e noi, anche quando non siamo d’accordo, dobbiamo rispettarne i verdetti. Non possiamo accettare le sentenze solo quando ci fanno comodo e contestarle a priori quando contraddicono le nostre aspettative. Certo, la giustizia può sbagliare, ma la storia offrirà un giudizio più ampio e una verità, per quanto parziale, emergerà col tempo. Contestare ogni decisione a prescindere significa scivolare nell’anarchia. Nel caso di Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, il mondo ha riconosciuto l’abnorme sproporzione tra la difesa e l’offesa: perdere 857 figli in un attacco terroristico è una tragedia incommensurabile, ma rispondere con l’uccisione di 50.000 persone – di cui la metà bambini – è una vendetta che supera ogni misura accettabile. È giusto, quindi, che Netanyahu sia chiamato a rispondere dei suoi crimini. Proprio perché Israele è culla di civiltà e democrazia, questo processo rappresenta un esempio per il mondo, anche per quei regimi barbari che ancora prosperano sotto l’ombrello di strategie geopolitiche ciniche. Questo, però, non riguarda il popolo ebraico, che merita di vivere e prosperare nella sua Terra Promessa. Con i titoli sensazionalistici dei nostri comunicatori più audaci, si rischia di essere derisi dai radical chic: quelli che, per intenderci, affollano Capalbio e sembrano riprodurre le storie narrate da Gigi Proietti al Brancaccio, nel celebre confronto tra il “cavaliere bianco” e il “cavaliere nero”, tra il plauso del pubblico. Perché offrire il fianco alle critiche di chi non perde mai occasione per sbeffeggiare? Certo, ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione sui fatti, ma le opinioni devono poggiare su basi difendibili. Nel caso di Netanyahu, proprio perché rappresenta un Paese civile e democratico, le sue azioni non sono affatto giustificabili. Forse, a caldo, si poteva anche comprendere una reazione spropositata, ma un anno dopo, che senso ha scagliarsi contro Gaza, colpendo “consapevolmente” quei bambini che il 7 ottobre 2023 non erano nemmeno nati? Accusare l’Aia di legittimare la caccia all’ebreo mi sembra scandaloso.
Il controverso verdetto dell’Aia su Netanyahu