Se è vero che Roma non fu costruita in un giorno, altrettanto vero è che la difesa comune europea non nasce ieri. Le radici storiche di questa realtà affondano nelle ansie e nel fermento produttivo del clima post bellico di metà 900. Non a caso le due sponde dell’Atlantico strinsero il loro patto di alleanza NATO proprio all’indomani delle Grandi conferenze conclusive della seconda guerra mondiale. Le potenze vincitrici vollero dare un preciso “ordine mondiale” alle nazioni sopravvissute ai regimi dittatoriali contrapposti, alle due bombe atomiche e alle profonde crisi economiche e strutturali che ogni conflitto inevitabilmente comporta. Oggi, a differenza di qualche decennio fa, gli Stati europei sono chiamati a svolgere un ruolo forte nell’assetto definitivo di questo “new order”. L’Europa ha maturato un’esperienza che è insieme istituzionale, diplomatica e politica in grado di renderla protagonista delle vicende internazionali contemporanee. In tale contesto l’idea della Difesa comunitaria costituisce lo strumento privilegiato per dar voce ed effetto alle istanze che i leader europei sostengono nelle più accreditate sedi del dibattito internazionale. Nulla di ciò che finora è stato realizzato a Bruxelles, Strasburgo e nelle altre capitali europee lo si è fatto in modo avulso dal contesto globale: con una sguardo rivolto a Ovest (agli Stati Uniti) e un altro a Est (all’allora Unione Sovietica – oggi Federazione Russia e nuovi stati indipendenti) l’Europa ha sviluppato gradualmente le proprie non indifferenti potenzialità.
E’ ormai risaputo che la guerra fredda non nacque contestualmente all’edificazione materiale del muro di Berlino, ma ancor prima che la missione Overlord facesse il suo corso sulle coste della Normandia. Quando i Trattati di pace di Roma furono siglati, l’Europa si ritrovò ostaggio del nuovo tipo di conflitto (la Guerra Fredda, appunto) e cercò di trovare nella criticità della situazione la molla stessa del suo processo unitario interno.
Per questo l’Europa mosse i suoi primi passi verso l’autoaffermazione il 17 marzo 1948: dopo una serie di minacce dirette che da Est minacciavano la sovranità di Norvegia, Turchia e Grecia, gli europeissimi Belgio, Francia, Lussemburgo, Gran Bretagna e Paesi Bassi firmarono il primo Trattato di Bruxelles, un accordo di mutuo soccorso e difesa in caso di aggressione militare, precursore dei successivi Accordi di Parigi che sei anni dopo daranno vita all’UEO – Unione dell’Europa Occidentale. Fu quella la prima firma congiunta europea a testimoniare la determinazione del nòcciolo duro continentale nel voler costituire un proprio sistema di difesa comune e nel rinsaldare i propri legami interni contro ogni eventuale pericolo (tanto ideologico quanto militare) che potesse turbare la propria sicurezza.
I paesi firmatari a Bruxelles sconfissero anche le iniziali reticenze statunitensi a partecipare a quei primi arrangiamenti di sicurezza europea che prendevano allora forma: furono quindi intavolate serrate trattative e molteplici negoziati cui presero parte non solo gli Stati Uniti ma anche il Canada, e finalmente il 4 aprile 1949 a Washington si firmò il Trattato dell’Atlantico del Nord, istitutivo della North Athlantic Treaty Organization – NATO. Ciò comportava l’automatico assorbimento della precedente Brussels Treaty Organisation nella nuova NATO, destinata ad avere ben più ampio successo.
In Italia le discussioni parlamentari di quei giorni furono tumultuose. La Democrazia Cristiana era spaccata a causa delle molte avversioni sollevate dal Vaticano al Patto Atlantico. I comunisti di Togliatti temevano, una volta che l’Italia fosse diventata membro della Nato, si sarebbero ritrovati a combattere (non solo ideologicamente) proprio contro i loro compagni di Mosca. Il clima era così acceso che quando Montecitorio un oppositore gridò a De Gasperi “Tu non sai cos’è la pace!”, il grande statista (già europeista da sempre) rispose “Giovanotto, mi dia del lei!”.
Nonostante tutto il clamore, l’Aula approvò l’adesione alla NATO con 342 sì,179 no e 19 astensioni.
Tra le righe del Trattato costitutivo possono agilmente rintracciarsi i principi fondamentali di ciò che ben presto fu ribattezzato “pilastro europeo della NATO”: infatti già nel Preambolo si legge che “gli stati aderenti al presente trattato sono decisi a unire il loro sforzi per una difesa collettiva e per la salvaguardia della Pace della sicurezza”. Con molta probabilità Kennedy aveva studiato attentamente il trattato in questione, perché fu il primo ad affermare che “la questione sulla natura, la portata e la struttura del pilastro europeo della NATO si sarebbe rivelata congenita alla piena realizzazione dell’Alleanza Atlantica”. Si tratta di una questione che da subito si è sviluppata lungo due principali tematiche, considerate oggi come le due facce dell’identica medaglia: da una parte c’è il grado di affidamento che l’Europa può fare sugli Stati Uniti (e dunque la capacità degli Europei di accettare la leadership americana); dall’altra c’è l’ampiezza della disponibilità statunitense a sobbarcarsi le spese della Difesa degli alleati europei, e quindi la valutazione dell’eventuale rischio che conseguirebbe ad un ipotetico disimpegno americano nei confronti dell’Europa stessa.
E’ dunque sulla base di queste valutazioni che, accanto al valore intrinseco del pilastro europeo, si è andato affermando il concetto oltremodo complesso del “vincolo Atlantico”: in che misura, e fino a quando, gli stati europei membri al contempo di NATO e Unione Europea continueranno a muoversi negli angusti limiti del Patto? E se invece il rafforzamento dell’Unione Europea passasse proprio attraverso una nuova autonomia dal vincolo statunitense? E infine: quanto vantaggioso sarebbe per la politica estera Europea dar prova di vitalità e auto-decisionalità in un contesto del tutto separato dalla NATO? Washington glielo lascerebbe fare?
La politica americana dal secondo dopoguerra ad oggi si è mostrata estremamente ambivalente, spesso incoerente, sicuramente accentratrice. Abbiamo cercato finora di combinare l’idea di un’Europa sovranazionale con quella di una comunità atlantica compatta sotto la guida Stars&Stripes: è ciò che al Quartier Generale NATO di Haren chiamano da sempre “doppio cappello”. E’ probabile, forse molto probabile, che questi due obiettivi paralleli inizino a mostrarsi del tutto incompatibili. E che dei due cappelli, uno debba essere abbandonato.