Navigando in Rete, mi sono accorto che di “pasticci” ce ne sono veramente tanti: al ragù, ai tre formaggi, a volte anche a quattro, alle lasagne e in mille altre varianti regionali. Ogni provincia sembra avere la sua ricetta segreta, tutte rigorosamente tramandate dalle nonne, ognuna più gustosa dell’altra. Da qui il nome generico di “pasticcio all’italiana”. Tuttavia, come potete immaginare, non è di questo che intendevo parlare. Seguendo l’articolo che ho scritto ieri, ho cercato di capire meglio cosa fosse davvero successo nel caso che ha portato alla denuncia dei vertici dello Stato, con la Premier Giorgia Meloni in prima linea. Non ripeterò ciò che già conoscete, ma posso dire di essermi fatto una certa idea di quanto accaduto, a partire dal gioco del cerino dove siamo rimasti con la fiamma in mano. Insomma, ogni passaggio del comandante Almasri, prima che il fuoco si spegnesse, ha bruciato i ministri più rappresentativi del nostro governo. E il cerino, alla fine, è rimasto nelle mani dell’Italia. Indipendentemente dal mandato di arresto internazionale e dai suoi tour in Europa – Regno Unito, Belgio, Germania, Francia, Olanda, Svizzera e, infine, Italia per assistere a una partita di calcio a Torino – i nostri Servizi segreti hanno agito secondo i poteri loro attribuiti. Per motivi di sicurezza nazionale, hanno imbarcato Almasri su un aereo e riportato in Libia, ignorando il mandato di arresto della Corte dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella prigione di Mitiga dal 2011. Così come i Servizi di altri Paesi occidentali, i nostri hanno il compito di operare in segretezza, senza permettere che la politica sfrutti situazioni di sicurezza nazionale a fini propagandistici. In altre nazioni, quando si parla di “sicurezza”, la politica è solidale, ma in Italia, purtroppo, ci piace ricamare con le parole, metterci in mostra e alimentare uno scandalo internazionale per colpire l’avversario, che, peraltro, spesso non è nemmeno tale.
Mi chiedo: perché i Servizi italiani non si sono coordinati con quelli libici, sollecitando espressamente che l’arrivo del “generale” fosse riservato, senza accoglienze trionfali?
Ma chi è davvero Almasri? l’uomo che ha messo in crisi la politica del nostro paese. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, ha militato tra le forze armate libiche, distinguendosi nell’Apparato di deterrenza, una delle milizie più attive nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Comandante di rilievo delle forze armate che controllano Tripoli, ha operato principalmente all’aeroporto di Mitiga, dove gestiva numerosi centri di detenzione, alcuni dei quali, secondo le denunce di organizzazioni internazionali, venivano utilizzati per imprigionare migranti intercettati dalla guardia costiera libica. Nel 2021 è stato nominato direttore dell’Istituto di riforma e riabilitazione della polizia giudiziaria di Tripoli, acquisendo il controllo delle principali strutture carcerarie della capitale, tra cui Mitiga, Jdeida, Ruwaimi e Ain Zara. La Corte dell’Aia, qualche giorno fa, ha spiccato un mandato di arresto per i crimini contro l’umanità commessi proprio a Mitiga dal 2011.
Insomma, nonostante ci fossero tutti i presupposti per un’azione rapida e sicura, nel caso Almasri abbiamo finito per fare un altro “pasticcio all’italiana”, cadendo, peraltro, nella ‘trappola’ tesa dalla Germania per placare l’attivismo d’oltreoceano della pulzella della Garbatella.