Sono passati più di tre anni da quel giorno in cui la Russia ha varcato i confini di un Paese sovrano dando il via ad un’invasione che ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa. Tre anni e mezzo di distruzione, di morti, di fughe e di speranze appese a un filo. Eppure quello che ancora oggi manca – più dei carri armati e delle munizioni – è un’idea chiara del dopo. Sì, il dopo. Cosa succederà quando finalmente le armi taceranno e forse ci sarà un armistizio? Quando le trincee si svuoteranno e i soldati – se ne avranno ancora una – torneranno a casa? Nessuno fino ad ora ha avuto il coraggio o l’interesse di dirlo. Né in Ucraina, né in Russia. E tantomeno in Occidente dove si preferisce rimandare la domanda come se il futuro fosse una faccenda per altri. Perché questa non è solo una guerra di armi, ma di narrazioni, di posizionamenti strategici, di silenzi calcolati. L’Ucraina oggi può contare su un esercito tra i più grandi d’Europa. Novecentomila uomini e donne addestrati e armati con il meglio della tecnologia occidentale. Un esercito che resiste da anni, ma che combatte con una mano legata dietro la schiena. Perché a Kiev è stato imposto di usare le armi solo per difendersi. E così mentre la Russia bombarda come stanotte e colpisce infrastrutture, ospedali, quartieri residenziali, infierendo su civili inermi e bambini, all’Ucraina resta il diritto di rispondere solo quando il nemico bussa alla porta di casa. È un paradosso crudele. In questa guerra l’aggressore ha licenza di colpire ovunque mentre l’aggredito può solo sperare di sopravvivere. Certo, intorno si leva un coro unanime di condanne parole forti dichiarazioni altisonanti. Ma restano parole. Nessuno ha autorizzato Kiev a portare la guerra dentro i confini russi. Nessuno ha dato il via libera per colpire Mosca come Mosca colpisce Kiev. E allora viene da chiedersi: perché? Perché questo doppio standard? Perché questa prudenza che sfiora la codardia? Perché questa rigidità che mortifica la dignità di un popolo che avrebbe il coraggio – e probabilmente anche la forza – per reagire davvero? Forse perché l’Occidente non ha ancora trovato l’accordo sul dopo. Forse perché prima di fermare la guerra si vuole capire come spartirsi la pace. Chi avrà cosa. Chi ricostruirà cosa. Chi guadagnerà di più. Chi metterà le mani sulle terre rare, chi sulle concessioni, chi sui gasdotti, chi sui contratti miliardari. Perché, diciamolo chiaramente: il mondo non è mosso da nobili ideali. È governato da interessi brutali spesso più violenti della guerra stessa. Ed è proprio questa incertezza sul dopo che tiene in piedi il conflitto. Finché nessuno sarà pronto a disegnare uno scenario chiaro e condiviso per il futuro dell’Ucraina, nulla cambierà. E Kiev sarà costretta a combattere con le parole, a usare il megafono come unica arma, mentre la Russia continuerà a bombardare come e quando vuole. Eppure, basterebbe poco. Basterebbe che l’Europa in un sussulto di lucidità e coraggio decidesse di deviare la rotta. Dirottare, ad esempio, l’investimento di mille miliardi di euro in armamenti – promesso agli Stati Uniti di Trump – verso la ricostruzione dell’Ucraina. Quei fondi esistono, quelle risorse ci sono. E la storia dell’Unione Europea ha già vissuto momenti in cui si è riusciti a trovare una visione comune, un compromesso alto. Perché non ora? Gli Stati Uniti intanto si sono già mossi. Le terre rare sono loro, o lo saranno. Hanno messo le mani avanti. Ora bisogna capire cos’altro vogliono. E magari cosa si sono detti davvero The Donald e lo zar in quei dieci minuti di colloquio riservato in macchina nel cuore dell’Alaska. Perché è lì, forse, che si è cominciato a scrivere il dopo.
La guerra in Ucraina finirà solo quando sarà scritto il dopo