Si potrebbe aggiungere: “in cambio ti proteggo”, come fanno i bulli nei bassifondi delle metropoli. Ma non è uno scioglilingua: è la sintesi brutale di una realtà geopolitica alla quale l’Europa, negli anni, si è lentamente abituata. Abbiamo accettato che la globalizzazione funzionasse così. Alla Cina – un tempo considerata il “terzo mondo” – abbiamo delegato la produzione di beni poveri ma indispensabili. A noi europei sarebbe rimasto il ruolo dei maestri d’arte: orologi e automobili di pregio, moda, gioielli, cibo per palati raffinati. Nel frattempo abbiamo dato per scontato che gli Stati Uniti ci avrebbero garantito sicurezza e stabilità, quasi che il Piano Marshall fosse una rendita perpetua. Mentre le nostre imprese abbandonavano progressivamente la produzione meno redditizia per inseguire la finanza in Cina cresceva una potenza industriale sempre più sofisticata. Non solo oggetti a basso costo, ma tecnologia, infrastrutture e persino automobili. Un salto che abbiamo sottovalutato, quando non ignorato. Gli Stati Uniti intanto hanno continuato a sviluppare armi, energia e tecnologia avanzata, protetti da una posizione geografica unica: un continente immenso separato dal resto del mondo da due oceani. Una condizione che ha permesso loro di intervenire nei conflitti globali senza che il proprio territorio fosse quasi mai toccato dalle guerre. Così tra una Cina in ascesa e un’America sempre più assertiva, l’Europa è rimasta divisa. Anche per nostra responsabilità. Abbiamo lasciato che il continente restasse frammentato mentre la Russia – forte delle sue immense risorse energetiche – proseguiva per conto proprio, convinta della propria autosufficienza. Il risultato è il mondo di oggi: tre grandi poli che agiscono secondo i propri interessi, mentre l’Europa fatica ancora a riconoscere i propri. Eppure geografia, economia e storia ci ricordano una cosa semplice: gli interessi europei esistono e non coincidono automaticamente con quelli di Washington, di Pechino o di Mosca. Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire: da una consapevolezza elementare ma spesso dimenticata. In politica internazionale, come nella vita, la regola di base dovrebbe essere chiara: la roba nostra è nostra. Se qualcuno si vuole divertire a sparare pensando di minare gli interessi dell’Unione ricordiamogli con più coraggio che senza di noi non va da nessuna parte. Dobbiamo solo farlo insieme.
La logica di Trump: le cose mie sono mie, quelle tue le voglio io