Il Fondo

La pace secondo Donald e Benjamin

Foto wikipedia

Cronaca surreale di un accordo diplomatico che somiglia ad un casting televisivo:

“Nell’ultimo atto di quella che somiglia sempre più a una lunga performance, Donald J. Trump è tornato sul palcoscenico internazionale per presentare al mondo la sua personale idea di pace in Medio Oriente. Non più guerre, non più rovine, non più drammi: al loro posto, venti punti fermi, un progetto chiaro e – a suo dire – inappellabile.

La proposta rivolta ad Hamas è semplice nella sua struttura e spietata nel tono: o vi fate da parte, oppure Netanyahu continuerà la sua opera sistematica di svuotamento della Striscia, finché non resterà che il rumore del mare e il silenzio del cemento. Il primo punto del piano da attuare entro poche ore riguarda la restituzione degli ostaggi. Vivi o morti. Una premessa non proprio conciliante, ma si sa: la diplomazia del Tycoon non ama le sfumature. Trump ha annunciato di voler assumere in prima persona la responsabilità del processo di pace. Un ruolo che pare prendere con solennità ed al tempo stesso con quella leggerezza da presentatore navigato. Al suo fianco, a sorpresa, una figura dal passato ingombrante e dai lineamenti sempre composti: Tony Blair. “Lo sceicco bianco”, lo definisce Trump, ammiccando ad una citazione cinematografica che evoca Totò, ma che qui assume i toni di una strana parodia geopolitica. Il progetto di ricostruzione per Gaza ha tratti visionari. Non solo si immagina una città “completamente nuova”, ma con un lungomare punteggiato da resort ultramoderni, pensati per attrarre turisti da ogni parte del mondo. Una promessa urbanistica che sembra più il briefing di uno studio di architettura di Dubai che un piano di stabilizzazione regionale. Ma il momento più toccante arriva quando Trump dichiara che per tutto questo non pretende alcun compenso. “Lo faccio per spirito di servizio”, afferma. E subito dopo, con quel mezzo sorriso da copertina, aggiunge: “Se poi volete riconoscermi il Nobel per la Pace, lo accetterò volentieri.” Una rinuncia al guadagno ma non al prestigio simbolico. Accanto a lui Benjamin Netanyahu ascolta in silenzio con lo sguardo colmo di gratitudine. Lo osserva come si osserva un antico alleato, o forse un mentore. Ogni volta che Trump lo chiama affettuosamente “Bibi”, lui pare emozionarsi, come se quel nomignolo avesse il potere di riconnetterlo ad un passato più semplice, quando le alleanze erano chiare e le strategie si scrivevano a quattro mani. La conferenza stampa trasmessa in diretta mondiale ha avuto un effetto quantomeno inaspettato. Da Washington a Riad, da Bruxelles a Tel Aviv, il mondo ha ascoltato con attenzione una narrazione che alternava l’utopia edilizia alla minaccia implicita. Un equilibrio sottile tra l’offerta e l’ultimatum, tra il piano Marshall e il patto leonino. “C’è un vecchio proverbio,” ha detto Trump con tono grave. “O mangi questa minestra, o salti dalla finestra.” Il detto popolare, tradotto in chiave diplomatica, si trasforma così in una sintesi brutale ma efficace della proposta: accettate questi venti punti o affrontate le conseguenze. Eppure, al netto del sarcasmo involontario e delle iperboli da showman, qualcosa si muove. Il solo fatto che si parli di pace, per quanto caricaturale possa sembrare la cornice, rappresenta – forse – un segnale. O almeno una pausa. Un attimo di sospensione nel quale, fra gli slogan e i sorrisi plastici, si insinua l’eco di una possibilità. Che la pace arrivi con l’accento di New York e il gusto estetico di Palm Beach è difficile da immaginare. Ma se davvero il mondo è un teatro, allora ogni attore ha diritto alla sua scena. E in questo strano copione scritto tra le macerie, le conferenze stampa e le ambizioni da Nobel, persino Donald e Bibi possono prendersi il loro momento sotto i riflettori”.