In un’Italia sempre più confusa, si parla ormai solo di guerre. Guerre giuste, guerre sbagliate, guerre “necessarie”. Il dibattito è acceso, certo, ma sullo sfondo aleggia sempre lui: il missile risolutore, quello che dovrebbe sistemare tutto, dalla geopolitica alle crisi esistenziali. Si discute, anzi, si sproloquia. Così tanto che persino un lavoratore intimidito rinuncia a chiedere un aumento, temendo di disturbare mentre l’élite si dedica a ben più nobili questioni: la pace mondiale gestita a colpi di droni. Nel frattempo, il carrello della spesa lievita come se fosse azionato da una leva finanziaria, mentre i soliti noti – i leader onnipotenti del carnevale permanente – continuano a fare affari con le multinazionali, indossando le maschere dell’altruismo globale. E noi? Noi, poveracci senza rappresentanza, ci ritroviamo stretti tra i fuochi della vendetta e quelli purificatori degli idealisti con le mani in pasta. Lottano, sì, ma non si capisce ancora per chi. Di sicuro non per noi. Mentre il dibattito internazionale impazza, nessuno si accorge delle scuole che ancora ospitano l’eternit come fosse un vecchio zio di famiglia, delle strade più simili a un rodeo che a un’infrastruttura moderna, e del traffico su gomma che ogni giorno disegna un serpente continuo da Reggio Calabria a Milano. Una sola corsia sopravvive alla giungla dell’asfalto, dove gli automobilisti si contendono il titolo di “campione di sobbalzi su buca”. Sulla manutenzione delle infrastrutture, meglio tacere. Basta fare un giro su un’autostrada francese o austriaca per provare il brivido dell’efficienza – qui da noi, invece, il brivido è quello del crollo. L’alta velocità? Un esperimento sociologico. Basta un bullone fuori posto a Salerno e l’intera rete nazionale va in tilt. Le sterpaglie crescono indisturbate, libere e felici, lungo binari e autostrade, mentre nelle stazioni di lusso delle città turistiche si sfoggiano aiuole e pulizie da salotto. Ma basta salire su un treno a lunga percorrenza per capire che la realtà è decisamente infettiva. Naturalmente, questa è la routine dei poveri. Gli altri – quei due o tre – non si accorgono di nulla. Sono troppo impegnati a sostenere Israele con un tale ardore da concederle perfino il diritto di definire “rischio collaterale” i bambini di Gaza. D’altronde, non si tratta di difendere un popolo qualunque, ma il Popolo. Il loro, ovviamente. E noi? Sì, anche noi vorremmo un po’ di attenzione. Magari qualcuno che si accorga che non troviamo alloggio per studiare perché lo Stato si è reinventato bed and breakfast a cinque stelle. Qualcuno che consideri la possibilità che essere poveri, precari e ignorati non è esattamente una condizione ideale. Aiutare i deboli è un segno di civiltà, certo. Ma lo sarebbe ancora di più se, tra una missione militare e l’altra, qualcuno si ricordasse che esistiamo anche noi. Quelli che non fanno notizia. Quelli che non chiedono carri armati, ma tetti sicuri. Magari senza amianto. Abbiamo le nostre ragioni per essere arrabbiati, sì. Ma non vorremmo disturbare la grande strategia internazionale con i nostri piccoli drammi locali. Non si sa mai che, a forza di parlare di guerra, un Paese disastrato come il nostro ci prenda gusto.
E l’eternit sopra le teste degli studenti? Beh, quello può aspettare. Prima viene la geopolitica, poi – forse – la geografia scolastica.