Il Sudan, un tempo tra le potenze dell’Africa nord-orientale, oggi è teatro di quella che potrebbe essere la più grave crisi umanitaria del pianeta. Un Paese ricco di risorse – petrolio, oro, bestiame, terre fertili – ridotto alla fame da una guerra fratricida di cui pochi parlano e ancor meno si occupano. Khartum, che nell’immaginario storico ricorda la presenza coloniale britannica sotto il cosiddetto condominio anglo-egiziano, è oggi simbolo del fallimento internazionale. Un’eredità pesante quella lasciata dall’Occidente, che ha sfruttato senza restituire. In Sudan, come altrove, il colonialismo ha lasciato in dote instabilità e miseria. Non sorprende quindi che questa guerra, che affama milioni di persone, non faccia notizia. Non fa audience, non mobilita opinioni pubbliche, non produce clamore. E quindi non genera aiuti né copertura mediatica. La prova che non fa notizia? Non si vedono paracadutare aiuti umanitari avvolti nelle bandiere dei paesi donatori. D’altronde, in un mondo diventato ancor più cinico, non se ne accorgerebbe nessuno. E i leader europei non guadagnerebbero la copertina delle riviste più alla moda. Un suggerimento per Stammer: se ci andasse come ex Paese che ha amministrato il Sudan insieme agli egiziani, si fa per dire, il dramma potrebbe cogliere le prime pagine. Altrimenti le immagini di bambini sudanesi denutriti, di villaggi abbandonati e ospedali distrutti non trovano spazio nei telegiornali occidentali. Non vendono. Secondo la Caritas, ci troviamo davanti ad un conflitto dimenticato. Eppure i numeri parlano chiaro: le vittime per fame e malnutrizione superano, in proporzione, quelle di altri scenari di guerra più noti e mediatizzati. Il paragone con Gaza è impietoso ma realistico. Il confronto con l’Ucraina ancora più drammatico. Perché lì, almeno, la solidarietà internazionale ha un volto e una strategia. In Sudan, no. L’Europa intanto guarda altrove. Impegna risorse miliardarie per armamenti e rifornimenti energetici statunitensi, pagati spesso a caro prezzo anche politico. Scelte che ricadono sui cittadini, ma soprattutto su chi, come i sudanesi, resta invisibile. E allora la domanda sorge spontanea: davvero il mondo non può fare nulla? Un’idea semplice potrebbe essere quella di iniziare a commerciare in maniera importante con il Sudan, per esempio sul fronte energetico. Un modo per ridurre la nostra dipendenza dalle grandi potenze e, allo stesso tempo, aiutare un popolo disperato. Ma serve volontà politica ed una coscienza collettiva capace di guardare oltre la ‘moda’ del momento. Il silenzio sul Sudan è assordante. E quando il silenzio è voluto diventa complicità. Si, ha ragione Zoller.
La tragedia del Sudan: quando il silenzio è complice