Il Fondo

La violenza e l’ipocrisia delle parole

Foto wikipedia

Sbagliare un termine all’interno di una stanza ovattata, con vista sull’East River, la scorta e l’autista pronti ad aspettare, può avere conseguenze devastanti, anche se fatto in buona fede. È così che una parola scelta con superficialità getta nel panico della solitudine tante donne esposte quotidianamente alla violenza. Prendiamo il termine “eliminazione”: un’affermazione tanto ambiziosa quanto irrealizzabile. Suona falsa, omette la verità, odora di ipocrisia. La risoluzione ONU n. 54/134 del 17 dicembre 1999 ha istituito il 25 novembre: Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tuttavia, anno dopo anno, di fronte all’escalation di tali crimini, quel termine stride. Non rende giustizia alla realtà della manifestazione, né al dramma che rappresenta. Si può davvero eliminare la guerra? L’odio? L’ignoranza? La volgarità? Ovviamente no. Se fosse possibile cancellare le infamie della vita con un tratto di penna, vivremmo in un mondo perfetto. Ma ciò non è mai stato, non è, e non sarà mai possibile. L’unica strada percorribile è educare i nostri figli al rispetto per gli altri, perché solo nel rispetto degli altri si impara a rispettare se stessi. Il termine “eliminazione”, al contrario, è fuorviante. Illude, soprattutto le donne più fragili, esposte alla brutalità di uomini vigliacchi. Saremmo curiosi di leggere la relazione del burocrate che ha coniato quel termine. Magari era ispirato dalla vista dell’East River o dalla melodia di Moon River, il capolavoro di Henry Mancini per il film Colazione da Tiffany. Forse, perso nei ricordi degli occhi sognanti di Audrey Hepburn davanti alle omonime vetrine, è arrivato a scrivere quella parola: “eliminazione”. Ma il problema della violenza contro le donne non è materia da sogni o nostalgie. Ha radici profonde nella storia e nel senso di superiorità che certi uomini sentono nei confronti delle donne. Potremmo chiederci, ad esempio, perché mai le donne non siano state ammesse nei ranghi del Vaticano, nemmeno come cardinali. Tuttavia, anziché perderci in disquisizioni, dovremmo focalizzarci su una realtà drammatica: le donne sono ancora vittime, sempre e comunque, della brutalità maschile. La soluzione a questa piaga sociale non sarà mai l’eliminarla. Piuttosto, dovremmo impegnarci a collaborare con le donne, comprendere le loro sofferenze e trovare vie concrete per fermare la violenza. Forse, in un’ottica estrema, sarebbe più efficace rispolverare la legge del taglione, perché solo la paura, cruda e immediata, potrebbe scuotere certi “ignoranti”. Ecco perché, dopo questo lungo sermone severo ma intriso di un romanticismo amaro, emerge una conclusione semplice: quel termine va tolto. La ricorrenza dovrebbe chiamarsi Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Perché le parole contano, sempre. E qui contano ancora di più.

Non dimentichiamo che l’Assemblea Generale dell’ONU ha istituito questa data invitando governi, organizzazioni internazionali e ONG a sensibilizzare l’opinione pubblica sul rispetto verso le donne.

Ma chi ha deciso di infilare quel termine “eliminazione”? Forse l’uomo nella stanza ovattata con vista sull’East River. Chissà.