Le leggi custodiscono la libertà dello Stato democratico e ne garantiscono l’equilibrio. Nessuno le impone con la forza: spetta al cittadino rispettarle o assumersi la responsabilità di violarle, sapendo che per questo verrà punito. Finché guardie e ladri sono consapevoli del proprio ruolo, e le prime fanno valere la legge mentre gli altri accettano il rischio della trasgressione e della pena, un Paese può anche preoccuparsi ma tutto resta nella norma. Oggi però ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. Sempre più spesso emergono comportamenti anomali, ai quali non siamo pronti a dare una risposta. Il carcere, per sua natura, dovrebbe avere una funzione educativa: punisce chi ha commesso un reato consapevole dei rischi che correva. Ma cosa accade quando questo principio si rovescia e la violenza nasce senza motivo, solo per gusto di sopraffazione o sfida, come accade sempre più spesso tra gli adolescenti? In quel momento la questione diventa più complessa e inquietante. Restiamo sconvolti di fronte a delitti efferati, come i femminicidi, che quasi sempre trovano origine nella gelosia o nel possesso. Ma è ancora più disorientante quando, nel cuore di Milano, una persona viene aggredita da uno sconosciuto che le pianta un coltello nella schiena e si allontana tranquillo, senza un motivo, senza un’emozione. Non possiamo ridurre tutto a un gesto imponderabile, all’ennesimo caso di un malato di mente recidivo seguito dai servizi sociali. Lo Stato deve interrogarsi sul cambiamento profondo del comportamento umano, capire le cause e dotarsi di strumenti legislativi adeguati a una società che evolve rapidamente. Da troppo tempo si tende ad attribuire al Covid tutto ciò che non sappiamo spiegare o gestire. È comodo, certo, trovare un capro espiatorio, ma un Paese maturo ha il dovere di affrontare la realtà in modo razionale e scientifico, offrendo risposte concrete a una società che si trasforma e si inquieta. Perché la violenza fine a se stessa è ormai ciò che più dovrebbe preoccuparci. Siamo pronti, come Paese, ad affrontare questo nodo sempre più stretto? Abbiamo davvero gli strumenti per scioglierlo, senza affidarci a improvvisatori o a stregoni della psichiatria che sembrano sapere tutto? Il rischio è quello di confondere la sicurezza con lo spettacolo, di applaudire chi offre soluzioni semplici a problemi complessi. E allora la domanda resta sospesa: come si cura una società che non conosce più il senso del limite, e che della violenza ha fatto il suo linguaggio quotidiano?
La violenza per la violenza è ciò che più preoccupa