L’ambiguità lessicale ricordata da Ainis nel suo bell’articolo sul Corriere adesso si accresce di nuovi vocaboli. Esistono in Italia le “Formazioni sociali specifiche”, che in tutti gli altri paesi del mondo si chiamano matrimoni gay, le nostre missioni armate nei territori di guerra si chiamano “di pace”, il nostro Senato non sarà né eletto né nominato, non bisogna dirlo, ma designato, e nessuno capisce come. Adesso è stata vietata la parola “guerra”, dopo le stragi di Parigi. Noi non siamo in guerra, ma dobbiamo combattere il terrorismo. Come, non è chiaro. L’Italia non è a rischio e non servono leggi speciali secondo Renzi, ma Alfano ritiene di avere sventato diversi attentati. A chi credere? Dunque anche le parole “leggi speciali” e “revisioni costituzionali”, che in Francia sono state adottate, da noi sono al bando. Vietate.
Noi non possiamo definire il territorio occupato dall’Isis come lo chiamano loro e cioè “Stato islamico”, perché l’Islam non c’entra. Lo chiamiamo Daesh, e nessuno capisce che è la stessa cosa, anche perché la sigla assomiglia a quella di un dentifricio. La ragione sarà che l’Isis non c’entra con l’Islam? Eppure i terroristi combattono in nome dell’Islam. È nostro interesse dividere il terrorismo islamico dalla popolazione di religione musulmana. Guai a noi confonderli ed è assennato evitare di considerare tutti gli islamici terroristi. Oltre tutto una guerra, anche con spedizione di terra, che prima poi si rivelerà indispensabile, dovrà coinvolgere anche gli stati arabi e le popolazioni musulmane. Anzi, soprattutto loro, se vorrà essere credibile e risolutiva.
Ma affermare con certezza che i terroristi non c’entrano nulla con l’Islam era come sostenere che le Brigate rosse non c’entravano nulla col comunismo. I brigatisti si ispiravano ai principi della rivoluzione comunista, poi l’interpretavano alla luce di un’analisi artefatta sul capitalismo internazionale e sulle multinazionali, da cui facevano derivare la necessità di una lotta armata nei paesi occidentali. Non conosco il Corano, se non a tratti generali, ma è evidente che i terroristi, magari estrapolando quale versetto, quelli che più volte ci ha ricordato Magdi Allam, trovano pretesto da quel testo per le loro azioni. Chiamare le cose col loro nome non deve essere considerata una colpa.
Nell’attacco alla nostra cultura vi è un elemento di integralismo religioso che non può sfuggire. Il comunicato dell’Isis si apre assumendosi la paternità delle stragi parigine perché “Parigi è la capitale del vizio” e il fatto che sia stata scelta una maxi discoteca, dopo il giornale satirico più irriverente, non è casuale. Noi abbiamo la forza di difendere non solo la nostra sicurezza, ma anche la nostra libertà? A me pare questa la sfida di fondo. Quei parigini che si sono ritrovati in un improvvisato corteo la notte degli agguati per cantare la Marsigliese, quel silenzio che ha circondato il discorso di Hollande al Parlamento, la capacità del presidente di reagire subito con fermezza e senso dello stato, quella signora che si è detta disponile a morire per difendere la laicità, tutto questo, il volto grave e il grido di meditato e razionale dolore lanciato da un paese orgoglioso e unito, mi ha dato l’impressione che questo sia stato non solo recepito, ma anche manifestato con chiarezza. Con le parole vere. Con le parole giuste.