Il Fondo

Legge di Bilancio: il teatro delle scelte

Fare una legge finanziaria con un debito di 3.000 miliardi di euro è un po’ come correre in moto a 200 km/h con uno straccio da cucina in testa al posto del casco integrale: non resta che sperare di non cadere. Se rapportiamo l’importo medio di 30 miliardi delle manovre finanziarie al debito del Paese, l’esempio comprensibile per i comuni mortali potrebbe essere quello di un’attività con un budget di spesa annua di 30.000 euro e un debito di 3 milioni. Un’impresa titanica. Ogni anno, in Parlamento, ci si scontra per discutere di qualcosa che, alla fine, non può risolvere granché. Al di là della propaganda, nessun governo, chiunque sia temporaneamente al comando dell’Italia, può fare meglio di un altro. Intanto, i cittadini a reddito fisso continueranno a ridurre le proprie spese a causa degli elevati costi energetici, mentre chi vende energia continuerà ad accumulare profitti. L’unica soluzione sarebbe mettere mano al portafoglio per ripianare il debito e azzerare il peso degli interessi che grava sulla vita dello Stato, e quindi di tutti noi. Come? Ecco la provocazione: le opzioni sono poche, ma una potrebbe essere chiamare Amato per ripetere l’operazione compiuta in quella famosa notte d’estate del 1992, quando, in modo “arbitrario,” prelevò dai nostri conti correnti somme non dovute per “salvare la Patria”. Questa volta, però, proporrei una variante: imporrei per legge un contributo una tantum del 10% alle aziende italiane quotate in Borsa. Se avanzasse qualcosa, utilizzerei quei fondi per rilanciare, innanzitutto, la Sanità Pubblica e la Scuola: quando ci sono salute e cultura, le cose non possono che migliorare. Ovviamente ci sarebbe un terremoto di proteste: le Cassandre inizierebbero a dipingere un futuro da Medioevo, tecnici, esperti e politici minaccerebbero di gettarsi nel Tevere. Ma, superati i lividi iniziali, tutto tornerebbe rapidamente al suo posto. Un altro esempio: togliere un ipotetico 10% alle aziende energetiche significherebbe restituire allo Stato, e quindi ai cittadini, parte dei loro enormi profitti, conservando ancora abbastanza risorse per acquistare “Marte e dintorni”. Lo stesso dovrebbe valere per le aziende della galassia delle industrie belliche, che hanno realizzato profitti inimmaginabili. E se dovessimo rispondere alla richiesta di Trump di destinare il 2% del PIL alla spesa militare per fronteggiare nemici ipotetici, per paradosso potremmo benissimo addebitare a loro stessi il costo dell’azzeramento del debito pubblico italiano.

Una parte, tuttavia, la imputerei anche a Giuseppe Conte e al Movimento 5 Stelle, per aver gravato sul debito con il Reddito di Cittadinanza e il cosiddetto Superbonus 110%. Spese che hanno inciso in modo rilevante – anzi, rilevantissimo – sui costi delle future manovre di bilancio.

E così, anche quest’anno, tra critiche e approvazioni, è iniziato il “teatro delle scelte“ della Legge di Bilancio.