Il Fondo

L’Europa si prepara alla guerra. E noi?

C’è una contraddizione che dovrebbe inquietarci. L’Europa celebra gli ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale ripetendo “mai più guerre” e, nello stesso tempo, si prepara a spendere miliardi per riarmarsi, inviare nuove armi e discutere perfino dell’eventuale presenza di soldati europei in Ucraina.

La Russia non ci ha dichiarato guerra. Eppure il confine tra il sostegno a un Paese aggredito e il coinvolgimento diretto nel conflitto sembra farsi ogni giorno più sottile. Dopo il ridimensionamento dell’impegno americano, i cosiddetti “volenterosi” europei sembrano pronti a raccogliere il testimone: più soldi, più armi, più pressione. Ma fino a dove? La domanda non è essere filorussi o pacifisti a prescindere. La domanda è capire quale Europa stiamo costruendo e chi abbia deciso che la risposta alle nostre paure debba essere necessariamente il riarmo. Perché il conto non sarà pagato dai governi, ma dai cittadini.

Miliardi destinati agli armamenti sono miliardi che, in un’Europa alle prese con salari stagnanti, sanità in difficoltà e un ceto medio sempre più impoverito, dovranno essere trovati altrove. La sicurezza è indispensabile, certo. Ma anche la sicurezza economica e sociale fa parte della sicurezza di un Paese. E poi c’è l’Ucraina.

L’eventuale ingresso nell’Unione Europea non sarebbe una semplice operazione burocratica: significherebbe assumere responsabilità politiche, economiche e strategiche enormi nei confronti di un Paese ancora in guerra. Una scelta storica che meriterebbe un dibattito altrettanto storico, non soltanto vertici e dichiarazioni dei leader. Intanto Macron cerca una nuova centralità francese, Londra prova a ritrovare un ruolo internazionale e Bruxelles insiste sulla necessità di prepararsi al peggio. Ma prepararsi al peggio significa necessariamente avvicinarsi al peggio? Dopo decenni nei quali l’Europa ha cercato la propria forza nella cooperazione, oggi sembra volerla ritrovare nelle armi. È una svolta enorme. E proprio per questo non può essere decisa soltanto nei palazzi del potere. Serve una domanda semplice, forse persino scomoda: i cittadini europei hanno davvero scelto questa strada?

Mentre scrivo penso a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. La sentiamo parlare spesso di riarmo, sanzioni e sostegno all’Ucraina. Molto meno, invece, di una discussione sul modello di Europa che vogliamo lasciare ai nostri figli. Forse è arrivato il momento di chiederlo apertamente: chi decide per noi quale debba essere la nuova Europa?