Se ritenete, come Lawrence, che sedare una guerra civile sia lento e disastroso come mangiare la zuppa con la forchetta, benvenuti in Libia.
Sabato 13 novembre Parigi è stata cornice dell’ennesimo summit mondiale per la Libia, o meglio per la più ampia pacificazione mediterranea. Il vertice si è aperto con un incontro a due tra Mario Draghi e Abdel Hamid Dabaiba, premier del governo di unità nazionale libica, accompagnati dai rispettivi ministri degli esteri. Draghi ha poi avuto un tête-à-tête con il padrone di casa, monsieur Macron, per poi raggiungere gli altri leader pervenuti.
Che la Libia stia vivendo ormai da anni una situazione alquanto singolare sul piano insieme politico, sociale ed economico, è cosa nota.
Che l’Europa voglia da anni trovare un equilibrio non solo apparente per questo Paese crocevia di immigrazione e maceria del diritto, è un refrain parimenti noto. Da tempo. Troppo tempo.
Dalla morte di Gheddafi (era il 2011) la Libia fa i conti con guerre civili che oggi, seppur sedati gli scontri bellici, covano attriti di brace sotto le ceneri.
Nel 2014 il Congresso Nazionale Generale gestito dalle forze islamiche di Alba Libica fu spiazzato dalle truppe del Generale Haftar, pupillo di Gheddafi, con la sua Operazione Dignità.
Le elezioni indette nell’estate dello stesso anno furono un fallimento: Tobruch, Bengasi, Misurata e Tripoli si contesero la supremazia politica dell’intero paese, producendo l’insediamento dell’ISIS a Sirte.
Sottofondo costante di tali criticità è sempre stata la guerra per l’accaparramento delle riserve petrolifere: l’ONU, con la sua tipica lentezza procedurale, è stata a lungo alla finestra, mentre le fazioni avverse gareggiavano per cruenza in decapitazioni e raid efferati.
La terra libica è stata teatro di continui scontri che hanno richiamato anche truppe russe, egiziane e turche. Potere del barile.
Il 21 agosto 2020 Al-Sarray (presidente del governo di Tripoli) e Aguila Saleh (presidente del parlamento di Tobruch) chiedono congiuntamente un cessate il fuoco a tutte le truppe mercenarie belligeranti, intimandone l’immediato ritiro.
Il 10 marzo 2021 si costituisce un governo ad interim di unità nazionale che dovrebbe concludere il proprio operato entro la fine dell’anno: il 24 dicembre, infatti, è la data fissata per le prossime elezioni. E per garantire il buon esito di questa difficile operazione diplomatica i leader europei e mondiali si sono ritrovati ieri a Parigi.
Secondo fonti ufficiali, dal 2014 ad oggi le vittime delle guerre libiche sono stati oltre 6800; il numero degli sfollati è passato in un solo anno da 80mila a 435mila. Un terzo della popolazione libica (quasi due milioni di persone) è espatriato in Tunisia. L’ascesa del numero di sbarchi sulle coste italiane è vertiginosa, talmente allarmante da aver costretto l’intera Europa a puntare i riflettori sulla crisi libica: gli ingranaggi tecnico/politici che da decenni regolano l’immigrazione all’interno dell’UE si sono rivelati a dir poco farraginosi.
Il crollo mondiale del prezzo del petrolio ha avuto le sue origini prevalentemente in Libia, al decimo posto nella classifica globale dei paesi esportatori di greggio.
Il parallelo calo demografico ha parimenti compromesso la capacità economica generale libica, innestando così un circolo vizioso difficile da spezzare.
Questa è la premura di Draghi, Macron e colleghi: se la geopolitica non è un’opinione, il timore di un collasso dell’intera regione nordafricana e mediterranea è ben più che fondato.
L’Italia, da parte sua, è dal 1959 che ha in Libia una longa manus efficiente ed efficace chiamata ENI, e il Trattato bilaterale di amicizia del 2008 tra Berlusconi e Gheddafi ha solo rafforzato la naturale partnership tra i due Paesi.
Molti sopravvissuti libici ancora rimpiangono Gheddafi, quando sosteneva che le dittature non sono un problema se fanno del bene alla gente.
Non basta Tahar Ben Jelloun a ricordarci che, in realtà, la Libia non va d’accordo con nessuno Stato; nè basta Sergio Romano a definire Cirenaica e Tripolitania come due distinte entità imposte dal colonialismo italiano.
Se decenni di diritti internazionali violati hanno ampliato l’estensione virtuale del già vastissimo deserto libico, l’Europa oggi non può che proporsi come argine a tale costante erosione di pace e benessere nella culla del mediterraneo: i danni dei flussi migratori incontrollati hanno raggiunto le frontiere tra Polonia e Bielorussia, e un barcone può scardinare anche la più solida delle alleanze.
Roma è chiamata a scrivere il destino del mediterraneo. Prepariamoci dunque allo spettacolo, commedia o tragedia che sia.