Tristemente, dopo tanti anni e tante bugie, siamo riusciti a far passare nell’immaginario collettivo l’idea che la parola “immigrato” sia un’offesa. L’uso del “siamo” mi sembra però ingiusto nei confronti della stragrande maggioranza degli italiani che sanno attribuire ai termini il loro giusto significato, senza essere condizionati dai pregiudizi. Tuttavia, tra le persone particolarmente attive nel far radicare la convinzione che essere immigrato equivalga a essere fannullone o portatore di altre caratteristiche negative, spicca il Segretario della Lega, Matteo Salvini. Un uomo che ormai da anni ricopre un ruolo importante nella classe dirigente del Paese. Salvini non si è fatto scrupoli nell’attribuire la maggior parte dei crimini soprattutto ai cittadini africani, i quali, spinti dalla fame e dalle guerre, cercano riparo in Europa senza poter ottenere preventivamente un’autorizzazione, come sarebbe corretto fare. Ad ogni modo, non c’è alcuna equazione tra il fuggire da un campo profughi, attraversare precariamente lo Stretto di Sicilia e il delinquere. Il solo pensiero che essere immigrato significhi essere un male sociale, quasi fosse un’epidemia da cui vaccinarsi, lo trovo davvero insopportabile. È forse questo il prezzo che gli ultimi della Terra devono pagare per far crescere i consensi di alcuni partiti? Con una certa amarezza, e un po’ di vergogna, ci rendiamo conto che nelle elezioni europee del 2019 il Partito della Lega, grazie a una comunicazione apertamente ostile all’immigrazione, riuscì a raggiungere un massimo storico di oltre il 34%. Sull’onda di quel successo elettorale, il suo leader, in un momento memorabile della sua carriera, durante una calda giornata estiva al Papete Beach, chiese ai presenti “i pieni poteri”. Una frase che risuonò rapidamente in tutto il Paese, accompagnata da una foto di Salvini in costume, con una coroncina di fiori in testa e un mojito in mano, immancabile simbolo delle torride giornate ferragostane. Ma quella richiesta di pieni poteri segnò anche l’inizio della sua uscita dal governo giallo-verde. Quella stessa coalizione, colta l’opportunità, si trasformò velocemente in un governo giallo-rosso aprendo la seconda stagione di Giuseppe Conte come Presidente del Consiglio. Una fase politica che si concluse con la caduta del governo Conte orchestrata da Matteo Renzi, che spianò la strada all’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Questa è stata una fase drammatica della storia del Paese che ha dovuto affrontare, tra le altre difficoltà, anche la pandemia. Ora, mentre attendiamo l’esito del processo Open Arms, ci chiediamo come sia stato possibile, in mezzo a quel caos, non porsi il problema di quanti stranieri siano stati colpiti dal virus, come abbiano vissuto l’isolamento e se il governo abbia fatto abbastanza per garantire il loro sostentamento, le cure e la loro sicurezza. È solo un pensiero all’interno di un discorso più ampio, che in questi giorni vede al centro del dibattito il processo menzionato. Naturalmente auguriamo a Matteo Salvini una piena assoluzione dalle accuse a lui mosse, ma chiediamo con cortesia di risparmiarci il tormentone del “mi vogliono condannare perché, da Ministro della Repubblica, avevo il dovere di difendere i confini nazionali”. Accidenti, qualcuno ha mai detto al Segretario leghista che la guerra è finita da ottant’anni? Questo teatrino non rende onore né a lui, né al suo partito, né a tutti noi, che, pur essendo convinti liberali, non ci siamo mai sentiti in pericolo per lo sbarco di donne, donne incinte, anziani e bambini. Infine, ci rammarichiamo perché nell’immaginario collettivo la parola “immigrato” a causa della leggerezza delle azioni di Salvini, il processo Open Arms ne è testimone, sia ancora considerata un’offesa!
L’idea che la parola “immigrato” sia un’offesa