Il Fondo

Lidia Menapace e l’occasione mancata

Ho conosciuto Lidia Menapace nei primi mesi del 1968. Lei era la delegata nazionale del Movimento femminile della Dc, io fino all’anno prima ero stato segretario nazionale dell’Intesa universitaria ed ero poi approdato alle Acli di Labor: non eravamo cioè figure marginali nell’universo cattolico-democristiano. Alla vigilia delle elezioni uscimmo entrambi dal partito, Lidia con una lettera che denunciava l’obsolesenza dell’unità politica dei cattolici e che feci mia. Ci ritrovammo, d’estate, ad Isola Capo Rizzuto, in Calabria, dove Pierluigi Castagnetti, delegato giovanile della Dc di Reggio Emilia, teneva ogni anno una scuola di politica per i suoi iscritti. Aveva invitato anche Corrado Corghi, neanche lui tanto marginale: ma non aveva nessuna intenzione di darci ragione. Anzi: dopo averci fatto parlare, concluse che solo la garanzia di stabilità rappresentata dalla Dc ci avrebbe consentito di coltivare il nostro dissenso.

 

Del resto Lidia mi aveva confidato di avere casualmente incontrato un’altra dirigente (dorotea) del Movimento femminile, che si era congratulata per la sua lettera, considerandola, as usual, “un utile contributo al dibattito”: un’altra occasione mancata per una riflessione della Dc su se stessa, dopo quella sollecitata a suo tempo da Dossetti quando si era ritirato dalla vita politica.