L'editoriale

Ma il programma dov’é?

Di Maio ha depositato il suo doppio decalogo al presidente. O così o al voto. Già abbiamo obiettato che sarà complicato dir di sì sul pasticcio della riforma costituzionale che prevede un taglio netto dei parlamentari nella logica dell’antipolitica, per tre volte bocciata nelle due Camere dal Pd e anche da noi socialisti. E pensiamo, noi che riteniamo la Costituzione e la sua riforma cose serie (ma dove sono tutti che sbraitavano contro chi intendeva toccare il sacro testo del 1948, sono spariti?), cioè principi e istituti che non si barattano per un posto al governo, sì pensiamo che sarebbe follia cedere su questo alle pretese grilline. Si sta lavorando a un compromesso? Quale? Nessuno lo sa o nessuno lo dice, mentre il presidente incaricato assicura che entro martedì il governo dovrebbe prendere forma.

Di Maio ha anche sostenuto, tra i suoi venti punti, che i decreti sicurezza voluti da Salvini e votati dal governo precedente non devono essere toccati se non per accogliere le obiezioni del presidente della Repubblica, mentre oggi i ministri Trenta e Toninelli firmano il decreto che impedisce ai migranti della Alan Kurdi di attraccare a Lampedusa, in perfetta continuità col governo Conte uno. Cosa deve ancora trangugiare il Pd per formare un governo coi pentastellati? Proprio ieri Di Battista ha duramente attaccato il partito di Zingaretti accusandolo di avere addirittura assecondato Berlusconi e di aver portato il paese allo sfacelo. “Nei venti punti presentati ieri”, scrive Di Battista, “ci sono quelle riforme che il Pd e i suoi derivati hanno promesso per 20 anni senza mai realizzarle preferendo cedere agli ultimatum (quelli veri) di Berlusconi”. Non male come compagno di viaggio.

Ma i problemi veri, quelli su cui un governo dovrebbe misurarsi, dove sono? Comprendiamo la dissociazione in chiave psicanalitica del presidente del Consiglio che parla di nuovo umanesimo, dopo avere accettato il vecchio umanesimo del suo precedente governo di fronte ai migranti tenuti per settimane in mare, malati e disperati. Forse di Conte ce ne sono due e pare averlo compreso anche il presidente americano Trump che non ha caso parla di Giuseppi. Resta il fatto che per ora nemmeno i giochi di prestigio del presidente incaricato, che subentra a se stesso con una maggioranza di segno opposto, ha abbozzato uno, dico uno solo, degli obiettivi programmatici su cui dovrebbe poggiare il nuovo governo.

Il Pd, la sinistra riformista e liberale italiana, é disposta a cambiare idea non solo sulla riforma costituzionale, ma sul reddito di cittadinanza concepito in quel modo, dopo averlo contestato, sulla riforma della giustizia di Bonafede che non prevede la separazione delle carriere (mentre la Lega era attestata sulle nostre stesse convinzioni), sul feticcio dell’acqua pubblica, sulla lotta a tutti gli inceneritori, anche quelli che non inquinano, sul no alla Gronda di Genova anche recentemente pronunciato dal ministro Toninelli, sul blocco di centinaia di infrastrutture che avrebbero prodotto sviluppo e occupazione? C’è un’inversione di tendenza da parte dei Cinque stelle, un minimo di autocritica che possa giustificare le ragioni di un accordo? O tutto si gioca sul fatto che Di Maio sia o non sia vice presidente dei Consiglio?

Se il Pd ha deciso, per ragioni interne (ci sono due Pd, ha rilevato giustamente Carlo Calenda, quello dei gruppi parlamentari, nelle mani di Renzi, e quello del Nazareno, in mano a Zingaretti) che questo governo “s’ha da fare” al contrario di quel che i Bravi intimarono a Don Abbondio a proposito delle nozze tra Renzo e Lucia, e che qualsiasi accordo sia meglio delle elezioni, a mio modesto parere finirà per suicidarsi e per far regredire il sistema politico italiano a un nuovo bipolarismo tra Cinque Stelle (che l’ultimo rilevamento di Pagnoncelli pronostica in aumento di sette punti) e la Lega di Salvini. E’ da un anno e mezzo che il segretario del Psi Riccardo Nencini e poi Carlo Calenda hanno lanciato l’idea della creazione di un ampio fronte o coalizione repubblicana. Il Pd ha dormito i sonni dell’irresponsabile. E’ da un anno e mezzo che il Pd chiede le dimissioni del governo e le elezioni anticipate, per poter contestare a pieno titolo il fallimento della maggioranza populista e sovranista. Adesso siamo alla calata delle brache con l’accettazione del presidente precedente, con l’insussistenza di una sia pur minima autocritica sul recente passato, sul dietrofront di fronte a una riforma costituzionale dettata dall’antipolitica, sulla sostanziale accettazione di pretese e di ultimatum, mentre programmi concreti paiono finora inesistenti e l’impressione é che siano rimasti all’angolo proprio per la difficoltà di individuare soluzioni comuni. In queste condizioni non mi pare che il governo che verrà sarà come il nuovo anno del vecchio venditore d’almanacchi leopardiano. Resto più pessimista del poeta più pessimista.