Dopo i tentativi di Trump di far sedere Putin e Zelensky allo stesso tavolo per avviare un primo dialogo di pace, a oltre tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina, il presidente russo approfitta del recente summit BRICS e invita il leader ucraino ad un faccia a faccia diretto, a Mosca, senza mediatori. La risposta di Zelensky, affidata ad una nota in terza persona, è netta: “Venga lui da noi”. Non è chiaro quali canali o interlocutori utilizzino i due capi di Stato per inviarsi simili messaggi, né se vi sia un protocollo in atto. Quel che appare evidente è che questi scambi, per quanto pubblici, non sembrano finalizzati a porre fine ad un conflitto che ha già causato decine di migliaia di vittime tra militari e civili su entrambi i fronti. Una posizione che solleva dubbi sulla reale volontà di dialogo e sulla responsabilità politica dei protagonisti. Il botta e risposta tra “venga lui da me” e “no, venga lui” ricorda dinamiche poco mature, difficili da conciliare con la gravità della situazione. Anche alla luce degli sforzi economici sostenuti dai cittadini europei per supportare l’Ucraina, una maggiore disponibilità al dialogo da parte di Kiev, magari con un’apertura del tipo “incontriamoci ovunque, purché si parli di pace”, non sarebbe solo auspicabile, ma doverosa. Il presidente ucraino dovrebbe valutare con attenzione i rischi di farsi coinvolgere da logiche esterne che potrebbero puntare ad un prolungamento del conflitto, magari per convenienze interne o ambizioni geopolitiche. È noto che un eventuale incidente con la NATO cambierebbe radicalmente gli equilibri. Intanto, in Ucraina, da oltre un anno non si tengono elezioni: la legge lo vieta in tempo di guerra, ma resta una sospensione della normalità democratica. Che Putin sia un autocrate che privilegia la forza alla diplomazia è un dato acquisito. La Corte Penale Internazionale lo ha già condannato per crimini di guerra in Ucraina. Ma l’Occidente continua a dirsi difensore dei valori democratici e del dialogo. Alla luce di ciò, perché scoraggiare Kiev dall’accettare un incontro, anche se proposto da Mosca? Rifiutare un colloquio, anche simbolico, significa alimentare la tensione. Accettarlo, invece, potrebbe rappresentare un atto politico forte, un gesto di responsabilità e maturità. Zelensky avrebbe così l’occasione di mostrare una leadership diversa, in grado di superare Putin sul piano della diplomazia. E, in caso di fallimento, potrebbe legittimamente chiedere il massimo sostegno, compreso l’ingresso in UE e NATO. Ma l’Occidente vuole davvero l’Ucraina in Europa? O cerca di non spezzare definitivamente i rapporti con Mosca, anche in vista del ritorno a forniture energetiche più vantaggiose rispetto a quelle americane?
Resta un dato: si continua a comunicare per allusioni, tra messaggi impliciti e gesti simbolici. Difficili da capire, ancora più da interpretare.