Opinioni e commenti

Un mondo bellicista

Da Gaza all’Ucraina, da piazza Tienanmen ai Caraibi. Ognuno celebra la propria forza militare: la Russia sul campo e nei cieli, la Cina in sfilate oceaniche, Israele in versione massacro, gli Stati Uniti con cannoniere contro il Venezuela. Le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza, mai riformato, non vengono nemmeno più criticati, essendo ormai stati cancellati dal dibattito internazionale. Forse non si riesce più nemmeno a riunirli. E questo perché nessuno crede più al potere della politica come modo pacifico per risolvere i conflitti: oggi si pensa che a pagare sia solo la forza. Poco importa poi che la guerra serva per annettere territori non propri, per far cadere un governo o metterlo in difficoltà. Una logica figlia del cosiddetto “neoliberismo” che ha esautorato le funzioni della politica (grazie a Milton Friedman ed alla Scuola di Chicago).
Il diritto di difesa “preventivo”, cioè agire militarmente perché si ritiene vi possa essere una minaccia futura, è ormai uno strumento sdoganato che viene usato da tutti. Il primo a invocarlo è stato George Bush junior con le guerre in Afghanistan e Iraq, ora a farlo sono Vladimir Putin con l’invasione dell’Ucraina e Benjamin Netanyahu con la distruzione e l’occupazione di Gaza. I negoziati per cercare di porre fine a questi conflitti si scontrano con una radicalità mai raggiunta prima. C’è chi combatte in nome di Dio e chi in nome della patria, ma anche più concretamente per tutelare i propri interessi commerciali. Le armi sono buone per tutte le occasioni e l’elenco dei conflitti che potrebbero aprirsi, se questa logica non viene fermata, è quasi infinito. Molti focolai sono stati soltanto nascosti o spenti provvisoriamente, ma le cause che li hanno generati, senza l’azione politica, possono riaccenderli in qualsiasi momento.
Dopo la stagione che portò alla nascita, nel 2002, della Corte penale internazionale, quando si credeva che finalmente chi avesse commesso reati gravissimi non l’avrebbe fatta franca, oggi siamo passati al “vale tutto”. I leader dei principali Paesi in conflitto sono accusati di crimini che difficilmente pagheranno. La situazione è troppo complicata per parlare di pace, ma è proprio il momento di ragionare sulla prevenzione dei conflitti, creando stanze di mediazione, istituzioni multilaterali riformate e credibili, e ponendo dei freni all’industria bellica. Non basta chiedere il cessate il fuoco, pur sempre preferibile ai combattimenti, bisogna esigere che la politica riformi, crei, immagini una nuova architettura mondiale.
La risposta della Ue sul conflitto ucraino, autorizzando l’aumento della spesa per la difesa senza impegnarsi in un vero sforzo per la sua risoluzione, la dice lunga sull’uso smodato della scorciatoia bellicista per nascondere le proprie inadempienze. Anche le piazze dovrebbero non soltanto denunciare, ma anche proporre: il vuoto delle idee va riempito con una spinta popolare, in quanto la pace dev’essere costruita prima dello scoppio di un conflitto. I tentennamenti davanti agli sbandamenti di Paesi fino a ieri alleati non solo indeboliscono l’Europa, ma rinforzano regimi e responsabili di genocidio. L’Europa deve aprirsi al mondo senza pregiudizi, portando in dote le proprie idee di democrazia e rispetto dei diritti. L’Occidente è ormai in declino: il punto, oggi, è se si vuole essere semplici spettatori della costruzione di un nuovo ordine mondiale oppure protagonisti.
La realtà che stiamo vivendo è purtroppo talmente amara che nel pomeriggio di ieri Israele ha tentato di uccidere con un bombardamento aereo i leader più importanti di Hamas mentre erano riuniti a Doha, in Qatar, per discutere una proposta di cessate il fuoco presentata dagli Stati Uniti.
Non era mai successo prima che Israele bombardasse un paese arabo del Golfo. Il Qatar ha uno status particolare in Medio Oriente, per varie ragioni. È alleato degli Stati Uniti e ospita la più grande base militare statunitense in Medio Oriente, che serve come scalo o base di partenza per compiere operazioni in altri paesi. Inoltre fino a martedì l’emiro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al Thani, aveva svolto un ruolo di mediazione nei negoziati indiretti tra Hamas e Israele per ottenere un accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e la liberazione dei circa venti ostaggi israeliani ancora in vita. Molti governi occidentali, incluso quello italiano, chiedono una mano all’emiro al Thani quando ci sono questioni difficili da sbrogliare, per esempio il recupero di persone sequestrate.
Inoltre il Qatar ha un’immagine internazionale diversa da quella delle aree di crisi mediorientali, fatta di grattacieli, turismo e affari. Era come se ci fosse una convenzione non scritta: il Qatar appoggia Hamas e ne ospita i capi da circa dieci anni, ma non è un bersaglio da bombardare. Ieri questo stato delle cose è finito.
Tra gli obiettivi del bombardamento a sorpresa israeliano a Doha c’erano Khalil al Hayya, Zaher Jabarin, Khaled Meshaal e Muhammad Darwish, quattro capi che fanno parte del comitato temporaneo di cinque membri che comanda Hamas da quando Israele ha ucciso il capo politico, Ismail Haniveh, con una bomba a Teheran, a luglio del 2024. L’identità del quinto uomo del comitato non è conosciuta. I leader appena menzionati hanno anche altri incarichi, secondo la stampa israeliana: Jabarin si occupa delle finanze del gruppo e comanda Hamas dentro la Cisgiordania, al Hayya comanda Hamas a Gaza e Meshaal si occupa di Hamas fuori dai territori palestinesi. Tra i nomi dei leader che avrebbero dovuto essere presenti, la stampa israeliana fa anche quello di Nizar Awadallah.
Hamas sostiene che i suoi capi sono sopravvissuti e che l’operazione israeliana è stata un fallimento. Il bombardamento mirava a una palazzina nel quartiere prestigioso di al Katara, dove era previsto l’incontro segreto: Hamas ha detto che nell’attacco sono stati uccisi cinque membri minori del gruppo, incluso Himam al Hayya, il figlio di uno dei leader citati, e quattro altre persone che erano consiglieri e guardie del corpo. Le bombe israeliane hanno ucciso anche un agente dei servizi di sicurezza del Qatar. Un ufficiale israeliano citato dalla radio dell’esercito di Israele martedì sera ha detto invece che c’è crescente ottimismo sul fatto che l’operazione sia stata un successo e “sapevamo che Hamas avrebbe tentato di nascondere quello che è accaduto lì”. Per adesso non ci sono informazioni definitive.
Israele ha usato dieci aerei per l’operazione, che sono stati riforniti in volo perché Doha è a 1.800 chilometri dal territorio israeliano. Gli aerei sono passati senza autorizzazione nello spazio aereo della Siria, e Israele la notte prima aveva bombardato tre località siriane. Ci potrebbe essere un collegamento tra le due cose, nel senso che i raid israeliani di lunedì potrebbero avere colpito delle postazioni militari che avrebbero potuto scoprire gli aerei israeliani in volo il giorno seguente, ma anche su questo non ci sono informazioni definitive. I piloti israeliani hanno lanciato ordigni a lungo raggio e questo ha permesso loro di bombardare Doha restando fuori dallo spazio aereo di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti: se non l’avessero fatto ci sarebbero state proteste diplomatiche ancora più serie.
La risposta ufficiale del Qatar parla di un «attacco codardo di Israele», di una «violazione palese delle leggi internazionali» e di un «assalto criminale» alla sicurezza e alla sovranità del paese.
Il Wall Street Journal, in una sua ricostruzione fatta grazie a fonti multiple negli Stati Uniti, in Israele e in Qatar, scrive che gli israeliani, pochi minuti prima di lanciare gli ordigni, hanno dato all’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump soltanto un avvertimento generico che era in corso un’operazione contro i leader di Hamas. Il dipartimento della Difesa ha visto gli aerei israeliani in volo, ha capito quello che stava succedendo, che c’era un attacco diretto contro Doha, in Qatar, e ha avvisato Trump. A quel punto Trump ha chiamato il suo inviato speciale Steve Witkoff, che si occupa dei negoziati per l’Ucraina e il Medio Oriente, e gli ha detto di avvertire i qatarini.
Trump ha preso le distanze dall’attacco israeliano scrivendo in un post: “Questa è stata una decisione presa dal primo ministro Netanyahu, non da me. Bombardare unilateralmente in Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti, che sta lavorando duramente e correndo rischi con coraggio insieme a noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America. Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo che merita”. Inoltre ha detto di avere assicurato all’emiro al Thani “che una cosa del genere non accadrà mai più”.
Se la ricostruzione del Wall Street Journal è autentica, allora nel giro di pochi minuti Israele ha tentato di uccidere tutti i capi più importanti di Hamas a Doha mentre erano insieme per discutere una proposta statunitense, e il presidente Trump ha tentato di salvare loro la vita. È un fatto notevole, considerato che di solito Trump e Netanyahu si comportano da alleati stretti. È possibile che il presidente statunitense pensi a una soluzione negoziata per la Striscia di Gaza che richieda per funzionare un accordo con questi capi di Hamas.
Altre fonti sulla stampa araba sostengono invece che i sauditi avrebbero visto sui radar gli aerei israeliani in avvicinamento e avrebbero avvisato il Qatar. Ma fino a quando non si saprà che fine hanno fatto i capi di Hamas non è possibile trarre conclusioni.
Il bombardamento dei capi di Hamas durante una riunione per discutere una proposta di cessate il fuoco rende i negoziati ancora più complicati. L’ultimo cessate il fuoco e le ultime liberazioni di ostaggi a Gaza risalgono allo scorso marzo, e da allora tutti i tentativi sono falliti. Tra sabato e domenica i leader di Hamas erano arrivati da Egitto e Turchia e avevano raggiunto quelli già in Qatar, considerato un luogo sicuro per negoziare.
L’attacco a Doha, e anche questa è una cosa insolita, è stato rivendicato subito da Israele, e in particolare dall’esercito e dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ma non dal Mossad, l’intelligence esterna di Israele che fino a oggi ha partecipato a tutti i negoziati indiretti con Hamas.
In presenza di questi fatti dove domina la forza militare è difficile, se non impossibile, usare la forza della ragione. Tuttavia, per il bene dell’umanità, è necessario ridisegnare il mondo dove l’intelligenza della cultura politica possa prevalere sulla brutalità della forza militare, delle guerre e delle diverse forme di violenza. Oggi più che mai è necessario parlare di amore e di tutto ciò che unisce l’umanità e non di ciò che la divide. Vanno anche superati molti archetipi culturali e religiosi perché non è vero che c’è un popolo eletto, ma solo popoli con gli stessi diritti umani. Il mondo non può essere sopraffatto dall’infantilismo politico che sta dominando il proscenio della geopolitica.

 

Salvatore Rondello