Cultura

Musica, Marlene Kuntz: la poesia che illumina il rock italiano

Marlene_Kuntz

Marlene_KuntzSi chiama “Nella tua luce” la nona fatica in studio della band cuneese, sulla scene da oltre vent’anni con una ricetta di rock e rumore infarcita di quella vena cantautorale, ormai marchio di fabbrica della loro proposta musicale. Una proposta che, nonostante alcune scelte molto discusse come la partecipazione a Sanremo 2012, resta ostinatamente “alternative”. È la voce di Cristiano Godano a condurci attraverso le undici tracce di quest’album autoprodotto, tra sferzate chitarristiche che non dispiaceranno agli adoratori delle dissonanze noise rock dei primi lavori e suoni intimistici e minimalisti figli di una ricerca sonora più recente.

La poesia di Godano ha raggiunto la maturità e si sente confidente fra le trame della chitarra di Riccardo Tesio e la versatilità ritmica di Luca Bergia; ne viene fuori un disco dalla forte personalità, quella che mancava agli ultimi due lavori “Uno” e “Ricoveri virtuali e sexy solitudini”, che tracciavano un nuovo percorso ma lo percorrevano con passo incerto, senza quella sicurezza un po’ sfrontata che quest’ultimo lavoro possiede. Il viaggio inizia dalla title track: i primi accenni sono gravi, ma il crescendo è rapido e dapprima l’atmosfera si fa rarefatta, poi la musica si apre e l’ode di Godano alla sua Beatrice può innalzarsi nell’aria, viva e luminosa.

Si prosegue con “Il Genio”, scelto come singolo e accompagnato da un videoclip d’autore. Canzone trascinante, refrain grintoso di quelli che ti restano in testa, insomma un singolo che fa bene il suo mestiere, dotato di un testo accattivante che va perfino a scomodare Oscar Wilde, emblema del genio assoluto lontano dal compromesso. “Catastrofe” si apre con un arpeggio dolcissimo, ma il suo incalzare è rapido e ben presto il racconto della sciagurata esistenza di un senzatetto si trasforma nell’urlo contro una dignità perduta, una solidarietà spesso impotente.

Un rintocco di note quasi marziale apre la quarta canzone dell’album, vera perla del disco che conferma la maturità artistica raggiunta dal gruppo. “Osja, amore mio” è il pianto straziante della moglie del poeta russo Osip Mandelstam, perseguitato negli anni bui del regime per la sfrontatezza dei suoi versi anti-staliniani e condannato a una prigionia senza fine. Lamore di Nadia che imparò a memoria i testi del marito per salvarli dalla distruzione ha ispirato Godano e soci, che danno vita ad una amalgama perfetta tra musica – lacerante ed essenziale – e parole. Un pezzo intenso da ascoltare più e più volte prima che si schiuda rivelando la sua straziante bellezza.

Si torna su territori rock con la successiva “Seduzione”, dove le dissonanze la fanno da padrone riportandoci a quel sound acido e tagliente che aveva plasmato i primi lavori della band e che ritroveremo anche nell’ottava traccia, “Giacomo eremita”, inquietante e nevrotica condanna (a morte, perfino) di un vanitoso. “Adele” è la storia di una vittima di stalking e conferma l’apertura di Godano verso temi nuovi per le sue liriche, o perlomeno verso un approccio inedito nel raccontare, meno astratto se vogliamo. Una canzone  piacevole, apprezzabile fin dal primo ascolto, ma senza grandi pretese.

“Su quelle sponde” è un pezzo anomalo, perfino per degli sperimentatori come i Marlene. Il giro di basso è incalzante, ipnotico, e crea il tappeto ritmico sul quale chitarra e voce tessono un impianto sonoro che pare sospeso in attesa di un’esplosione melodica che non avverrà. La canzone riesce a trasmettere un senso di angoscia e ciò la rende una canzone riuscita, se l’obiettivo della musica è destare emozioni, belle o brutte che siano. Sicuramente il pezzo più originale del disco, da ascoltare in cuffia per apprezzarne la ricercatezza degli arrangiamenti e l’atmosfera rarefatta che accompagna l’ascoltatore nel viaggio oscuro della coscienza, esposta a pericolose bonacce e sirene incantatrici.

“Senza rete” inizia tra rumori e dissonanze e cresce lentamente fino a diventare una bordata elettrica d’altri tempi (quelli del primo album, “Catartica”), un inno al “volo libero” che ha fatto la fortuna del gruppo. Prima dell’ultimo pezzo c’è spazio per “La tua giornata magnifica”, forse la canzone più debole del lotto, piuttosto godibile ma colpevole di trovarsi di fianco gemme di ben altro splendore. In chiusura troviamo “Solstizio”, che insieme a “Il Genio” aveva anticipato l’uscita dell’album rivelandone il lato più intimista con una litania dal testo introspettivo e dal ritornello di gran classe, la stessa che trasuda da tutto il Cd.

“Nella tua luce” è quello che ci vuole per il rock italiano: un album completo, spigoloso e romantico, non facile ma allo stesso tempo assimilabile se si ha voglia di tentare un approccio nuovo nei confronti di un lavoro della band. I Marlene Kuntz non si limitano ad essere una conferma, fanno molto di più: per l’ennesima volta modificano la rotta, non in maniera drastica ma semplicemente portando a maturazione un discorso musicale iniziato negli ultimi lavori, recuperando il meglio della rabbia originaria e filtrandola con la perizia compositiva di musicisti ormai maturi.

Lorenzo Del Sole