Piu che le rilevazioni elettorali che segnalano una flessione ma non uno schianto verticale sono le percezioni generali ed il contesto oggettivo del quadro politico ed economico interno ed internazionale che rendono la navigazione del Governo oramai precaria, senza rotta e con la timoniera in evidente nervoso affanno.
Un’ennesima prova di forza, che ha definito “sfida”, lanciata alle opposizioni come se il problema italiano, europeo e mondiale si risolvesse soltanto nella cabina elettorale.
In parte si può risolvere domenica quello politico europeo perché se dovesse capitolare Orban il primo tassello dell’internazionale anti-europea sostenuto da Putin e dagli uomini di Trump (nonché, inspiegabilmente, dai nostri leader di governo) sarebbe un segnale evidente del cambio di equilibrio all’interno dell’Unione, di una tendenza che rilancerebbe l’Europa come progetto e come argine al disordine mondiale a cui stiamo assistendo pressoché impotenti.
É la posizione internazionale del Governo Meloni sulle quali sono franate le granitiche certezze di un esecutivo che ha galleggiato sulle conseguenze nefaste che essa poteva determinare. Ciò che ieri in Aula la Premier ha definito “testardamente unitaria” canzonando la leader del PD la sua rinnovata posizione di presunto “ponte” fra Stati Uniti ed Europa, ma se sulla questione dei dazi ancora era concepibile sviluppare una iniziativa politica e diplomatica essa si è rovinosamente eclissata sulla consequenziale campagna di aggressione trumpiana in parte fatta di minacce (Groenlandia, Cuba) ma culminata con gli interventi militari in Venezuela e Iran, quest’ultimo a fianco di Israele che prosegue la sua offensiva sanguinosa nell’area contro il Libano dopo aver martirizzato la Palestina.
La missione “buco nell’acqua” nel Golfo, nonostante le ragioni di buona volontà, certificano l’isolamento di una posizione italiana che tenta un profilo di originalità ma che consolida l’idea di fondo che finito l’apprendistato ciò che resta di questa leadership é un vuoto che si è per di più incartato.
Nonostante ciò fra un’accusa ed uno sberleffo alle opposizioni il messaggio é quello dell’animale ferito, rancoroso che incoraggia i suoi adepti a resistere; “noi tireremo diritto” sperando che passi la piena ma non sarà questo esercizio di superbia a cambiare le carte in tavola fatto salvo miracoli che non sono all’orizzonte, fra tregue fragili ed equilibri internazionali che non si ricostruiranno nel giro di poco tempo.
Un monito anche per chi deve costruire una convincente alternativa, la maggioranza referendaria non è una maggioranza politica, lo ha compreso nel cosiddetto campo largo Conte che non si è lasciato trascinare verso indebite euforie, al contrario di settori del Partito Democratico. Va costruita l’alternativa di programma e successivamente individuare una personalità anche attraverso una pluralità di opzioni. Sarà il lavoro del tempo che ci separa dalle elezioni fatto salvo gli imprevisti.
Perché il motto “noi tireremo diritto”
Vale fino alla prima curva.
“Noi tireremo diritto!…”