Il Fondo

Non c’è più l’internazionalismo di una volta

Nei cento anni che separano la nascita della Seconda Internazionale dalla caduta del Muro di Berlino la dimensione internazionale del movimento dei lavoratori farà costantemente premio su quella interna. Prima del 1914 con ben 3 congressi dedicati al tema della difesa della pace. Dopo la prima guerra mondiale nel confronto permanente, anche se con caratterizzazioni diverse nel corso del tempo, con l’internazionalismo comunista.
Nel periodo anteriore alla svolta del 1989 sembrò addirittura che, in una con la fine della spinta propulsiva del mito dell’Urss, il confronto volgesse nettamente a nostro favore. Da una parte un crescente discredito del socialismo reale: guerra in Afghanistan, disastro cambogiano, rivolte sempre più radicali contro i regimi dell’Est, fallimento dei socialismi arabi e africani ( e potremmo continuare). Dall’altra un attivismo che sembrava non avere confini: dal sostegno ai nuovi socialismi iberici come al dialogo tra israeliani e palestinesi; dagli appelli di Palme e di Brandt per un nuovo rapporto con il Sud del mondo alla ostpolitik sviluppata all’indomani degli accordi di Helsinki. Per chiudere in bellezza con il nostro congresso di Milano che dedicò una giornata intera all’incontro con le forze che, in ogni angolo del mondo, si battevano per l’indipendenza dei loro popoli e per i diritti dei loro concittadini.
A trent’anni data, di tutto questo non è rimasto assolutamente nulla. E proprio quando il bisogno di internazionalismo dovrebbe, oggettivamente essere più intenso. Ma perché?
Possiamo cominciare a dire che la storia, sia del mondo che dell’uomo è stata segnata da una serie di catastrofi naturali che, mutando radicalmente l’ambiente esterno, portano all’estinzione di una specie e dalla nascita di un‘altra. Ciò che appunto si è verificato e si sta verificando nei decenni successivi alla caduta del muro.
In una fase iniziale, socialisti ed ex comunisti, allora al governo sulle due sponde dell’Atlantico, pensavano di aver passato a pieni voti l’esercizio di inserimento nel nuovo mondo nato dopo la caduta del muro e la resa pacifica e incondizionata del comunismo ai vincitori del 1989.
Una resa interpretata dagli ex comunisti come un’abiura. Con il dissolvimento dell’Urss essi avevano perso non solo il futuro ma anche la bussola che gli consentiva di interpretare e gestire in modo corretto il presente. E, allora, escluse in partenza le ipotesi del ridotto della Valtellina (scelta peraltro che alcuni partiti avrebbero fatto e con un qualche successo residuale) e della traversata del deserto, l’unica scelta possibile era quella di seguire il corso della storia passando nel campo dei vincitori, convinti, comunque che il proprio “savoir faire” sarebbe stato debitamente apprezzato.
I socialisti, dal canto loro, si sentivano, a pieno diritto, nel campo dei vincitori. Sino a ritenere di essere, oggettivamente, gli unici abilitati a dirigerlo. In politichese, sono gli anni della “terza via” o, addirittura, dell’”Ulivo mondiale”. In un mondo ideale dove il capitalismo, libero dai condizionamenti soffocanti del vecchio “welfare state”, funziona a pieno ritmo e dove i socialisti garantiscono una redistribuzione delle ricchezze prodotte a vantaggio dei più deboli. E, ancora, in un mondo ideale in cui l’internazionalismo si identifica sempre più con l’occidentalismo; leggi con la spinta a promuovere, con l’amore e se necessario, anche con la forza, in tutto il mondo i valori e, logicamente, anche gli interessi dell’occidente stesso.
Il brusco risveglio del secondo decennio del secolo ci avrebbe quindi trovati completamente disarmati e incapaci di reagire. Anche perché, nel frattempo, ci eravamo ripiegati all’interno dei nostri “habitat” nazionali; mentre il capitalismo, in particolare finanziario, veleggiava incontrastato in luoghi e in spazi doveva nessuno era in grado di raggiungerlo e di riacciuffarlo.
A complicare ulteriormente le cose, sempre a livello internazionale, il fatto di trovarci improvvisamente in un mondo che non rassomigliava affatto a quello della seconda metà del secolo scorso; richiamando, piuttosto quello dell’ ottocento, ma senza fiducia nel futuro e/o concerto delle nazioni. Una realtà nuova e almeno per ora incontrollabile; e, comunque, impossibile da affrontare secondo schemi ideologici: a partire da un occidentalismo che ci induce a vedere e apprezzare solo quello che è simile a noi e, contestualmente, a non tenere in alcun conto le ragioni dell’Altro, se non addirittura la sua esistenza. Un mondo, o un ambiente che, per inciso, avrebbero un grandissimo bisogno di politici cinici, realisti e navigati come Talleyrand, Metternich o Kissinger; e nessuno di predicatori, magari un tantino ipocriti.
Ci si potrebbe dire, a questo punto, che, per risorgere, l’internazionalismo socialista potrebbe riprendere in mano una bandiera che lo ha contraddistinto a partire dai suoi albori fino alla fine del secolo scorso. Quella della pace. Ma ci sono molti dubbi sulla capacità dei socialisti di riproporla a livello internazionale. E ancora di più sulla possibilità che la cosa funzioni.
Ci sono, è vero, dirigenti di stati e giornalisti irresponsabili che parlano di grandi conflitti militari probabili e, magari, imminenti. Che si tratti della Polonia o dell’Ucraina; di Taiwan o dell’Iran. Ma sono notizie propalate dagli interessati: per esigenze propagandistiche o per ragioni strumentali. E, come tali, non interessano le borse e non smuovono le coscienze.
Qui siamo lontani anni luce dai decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Quelli delle grandi mobilitazioni per la pace e il disarmo; oltre che di solidarietà con varie cause e popoli dl mondo. E, attenzione, non solo per la mancanza del soggetto promotore. Ma perché quei temi non coinvolgono quasi nessuno.
Non che manchino, per carità, i conflitti militari aperti; o le cause da difendere. Ma i primi sono pochi e non ci appassionano più di tanto; anche perché a morire non sono “i nostri ragazzi”; ma gli altri. E, in quanto alle seconde, perché non riusciamo, come una volta, a distinguere i buoni (per inciso, quelli di una volta si sono rivelati tutti nettamente inferiori alle aspettative) dai cattivi; e anche, per dirla tutta perché le nostre riserve di indignazione virtuosa si sono esaurite da tempo.
E’ finito, diciamo la verità, l’internazionalismo delle grandi organizzazione politiche di sinistra (mentre quelle di destra godono di ottima salute). Ma nel contempo, sui temi della solidarietà, dei diritti sociali e civili sta crescendo esponenzialmente; e in ogni angolo del mondo.
A quando il congresso costitutivo della nuova internazionale?