Da Gaza il mondo appare capovolto. Dopo mesi di bombardamenti, fame e isolamento, arriva la notizia: la Casa Bianca propone nientemeno che Tony Blair come “commissario speciale per la Palestina”. Un britannico, di nuovo. Non uno qualsiasi, ma l’ex primo ministro che ha firmato guerre e occupazioni, e che da inviato speciale non ha lasciato tracce se non qualche conferenza ben pagata. A quanto pare il tempo qui non passa mai. Tornano Blair, gli amministratori esterni, l’idea che i palestinesi da soli non possano farcela. Se le voci diventeranno fatti, i palestinesi saranno passati da Netanyahu a Blair senza che nessuno abbia chiesto loro un parere. Forse perché nella narrazione occidentale un palestinese può essere una vittima, un ribelle, un numero. Ma mai un soggetto politico. Sempre che Hamas non voglia replicare se stesso. E con l’odio seminato da Netanyahu nulla si può escludere. Ora si parla di ricostruzione come se la distruzione fosse un progetto urbanistico e non una catastrofe umana. Intanto ci si prepara a spartire appalti, risorse, zone d’influenza. Gaza come laboratorio. Gaza come investimento. Gaza come occasione. I palestinesi non sono così ingenui da credere che Blair voglia “rubare” qualcosa. Ma conoscono bene i meccanismi. Dove c’è un conflitto, arriva l’esperto. Dove ci sono macerie, spuntano i progetti. Dove non ci sono più persone, arrivano i piani di sviluppo. Nel frattempo nessuno chiede cosa vogliono davvero i palestinesi. Nessuno domanda come immaginano il futuro, chi dovrebbe rappresentarli, che ruolo vogliono nella loro stessa terra. Il mondo li guarda da lontano. O meglio, li osserva dall’alto. Come i droni. Chi parla di pace spesso non vuole farla. Vuole gestirla. La cultura che hanno, le scuole che resistono sotto le bombe, le università chiuse ma non spente, la loro storia scritta tra i libri e le prigioni – tutto questo non esiste nei discorsi ufficiali. Vengono considerati incapaci di autogovernarsi. Eppure si governano da decenni con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ora sembra arrivi l’ennesimo uomo bianco in giacca e cravatta, convinti che sia una soluzione. Per loro è solo un altro episodio in una lunga serie, dove i protagonisti cambiano nome ma la sceneggiatura resta sempre la stessa. Sanno già come andrà. Qualcuno parlerà di “transizione”, qualcun altro di “roadmap”. Poi ci saranno i forum, le conferenze, i fondi internazionali. Ma la domanda resta. Se non sono loro a decidere su Gaza, sulla Cisgiordania, su Gerusalemme, sulla Palestina, allora chi sono? La risposta purtroppo è ancora sospesa.
Palestina senza voce, pare torni il commissario bianco