Mi sembra che il passaggio-chiave dell’articolo sia “…serve una Bad Godesberg del socialismo europeo…”, anche se oggi non si tratta di superare l’ideologia marxista e la (tragica) illusione di una rivoluzione proletaria.
Ha senso comunque ricordare quell’evento che portò la socialdemocrazia tedesca anche a trainare i partiti socialisti europei verso politiche riformiste che hanno dato luogo (ove più ove meno) all’ampliamento dei diritti civili, a sistemi di protezione dei più deboli, a quello “Stato sociale” in cui modello è oggi in piena crisi (economico-finanziaria e di consenso, quindi anche sotto il profilo culturale).
Di passaggio: mi piacerebbe che fosse ricordato Olof Palme, che a mio avviso è stato un grande statista socialdemocratico, e una delle prime vittime di quell’intolleranza che oggi sembra normale e legittima.
Se la memoria non mi tradisce, lui diceva che “il capitalismo non è una tigre da uccidere, ma una pecora da tosasre”.
Ecco: ripartirei da qui, chiedendomi se questo sia ancora vero e possibile. C’è un’alternativa al sistema capitalistico? Direi di no.
C’è un’alternativa ragionevole all’attuale sistema, ossia all’assetto che ha preso negli ultimi decenni il capitalismo? Direi di sì, e aggiungerei che è necessaria per la stessa sopravvivenza del sistema stesso (a meno che non si pensi alla possibilità di un “mondo amoroso” alla Fourier: bella utopia, ma appunto utopia).
Vent’anni e passa di globalizzazione e neoliberismo, obiettivamente, hanno da un lato fatto uscire dalla povertà centinaia di milioni di persona, e dall’altro aumentato le disuguaglianze, concentrando le ricchezze (ed anche il potere, di fatto) nelle mani di una sempre più ristretta minoranza.
Questo mentre Internet ha scardinato i tradizionali rapporti tra le persone e generato forme di relazione, dipendenza e controllo mai viste prima (solo Facebook gestisce più di 2,5 miliardi di contatti quotidiani, e i dati che ne ricava sono di sua proprietà).
Contemporaneamente (ma il fenomeno ha origini precedenti), sono cresciuti -ed ora si mostrano in tutta evidenza- i problemi di sostenibilità del nostro modo di produrre e consumare.
Problemi che certo non possono essere affrontati né tantomeno risolti da un singolo Stato (per quanto forte possa essere la determinazione di un singolo Governo, democratico o meno che sia).
Il riscaldamento dell’ambiente, la crescente carenza di risorse naturali (a cominciare dall’acqua), i conflitti per il loro controllo, le migrazioni di massa, la gestione dei dati ecc. sono questioni all’ordine del giorno, che non potranno essere risolte da muri né da “decreti sicurezza”.
Quindi bene una visione che vada oltre le angustissime questioni di qualunque partito (e del PD in particolare, che deve ancora decidere cos’è, se c’è o ci fa).
Bene anche la proiezione internazionale (che penso dovrebbe innanzitutto insistere sull’Europa ed i suoi valori fondanti, puntando ad una seria riforma dell’attuale assetto).
Nel frattempo non dovremmo dimenticare che al pensionato che sta al freddo perché non riesce a pagare la bolletta del gas (e sono molti in queste condizioni, secondo una recente indagine) non serve sapere che più si scalda più aumentano i problemi ambientali: magari lui vorrebbe poter contare sul fatto che qualcuno gli consente di non patire freddo.
A chi ritiene di essere in pericolo non basta dire che le statistiche dimostrano un calo dei reati (né, men che meno, suggerire di difendersi da solo, privatizzando così anche la Giustizia).
Al giovane che non trova lavoro non serve un tutor o un “navigator”: serve un lavoro.E il lavoro (a parte le Amministrazioni Pubbliche) lo danno le imprese. Imprese che hanno bisogno di meno burocrazia, meno tasse.
Nel nostro Paese il 90% delle imporese ha meno di 10 dipendenti, ma ognuna è soggetta ad obbligi e adempimenti in quantità.
È strano se il lavoro nero (secondo l’ISTAT) rappresenta ancora almeno un quarto del PIL?
E’ strano se, pur avendo un apparato normativo estremamente rigoroso, muoiono ancora sul lavoro circa 300 persone all’anno?
E dove sono, che fanno gli Ispettori del Lavoro in Calabria, Campania, Sicilia, ma anche in Veneto, Friuli, e dalle parti nostre?
In breve: io penso che sia giusto e doveroso “pensare in grande”, ossia pensare ai problemi che si presentano su scala internazionale e mondiale, ma temo che questo non basti (anzi: che non serva affatto, ora) ad arginare o contrastare l’ondata populista che ci sta sommergendo.
La “Bad Godesberg” (o “la mossa del cavallo”), è a mio avviso innanzitutto l’abbandono di un modo di concepire e fare politica, quello (per intenderci) che ha portato all’annullamento del PSI ed all’esaurimento del PD (per inciso: non vedo come l’esito del Congresso PD possa avere qualche significato in questa ottica: sarà la solita resa dei conti in un Partito inventato malamente e malamente gestito).
Penso che una nuova sinistra democratica e moderna potrà nascere solo se riprenderà i propri fondamentali valori, senza ripetere schemi che per un ventenne di oggi sarebbero incomprensibili (se non decisamente risibili: chi diavolo sa cos’è Bad Godesberg?).
Ma ci sono sempre più persone in difficoltà, spaventate, deluse, che si sentono abbandonate, quindi diventano rancorose, incattivite, e trovano chi -senza risolvere i loro problemi- dà però un senso, voce e forma alla loro rabbia, indirizzandola contro i più deboli (le vittime da sempre facilmente desigante).
Oppure la manifestano in forma di ribellione, come nel caso recente dei “Gilet gialli” in Francia (dove l’aumento del costo dei carburanti è stato solo una concausa scatenante).
La sfida è questa: siamo in grado di dare non solo una risposta ragionevole e sostenibile a queste persone, e una prospettiva diversa?
Perché non credo che oggi ‘sta gente sia recuperabilie alla causa socialdemocratica solo sulla base di appelli ai sacrosanti valori.
Per concludere, penso che una vera “Bad Godesberg” non possa partire che da una serie di domande, ossia da una seria riflessione su quello che è diventata la socialdemocrazia europea (e quella italiana, se mai c’è stata), e sul perché abbia perso consensi anche nelle sua tradizionali roccaforti (Svezia, Andalusia, Austria, acc.).
Poi ovviamente le risposte dipendono dalle domande: se continuiamo a chiederci perché gli altri vincono malgrado la nostra bella storia e le nostre belle facce, be’, rassegnamoci a fare le riunioni di combattenti e reduci
Paolo Cristoni