Opinioni e commenti

Politica comune di difesa europea: bilanci attivi, paure lontane

Martedì 16 novembre il Consiglio Europeo ha adottato una decisione che amplia, aggiornandolo, l’elenco dei progetti da intraprendere nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (PESCO) dell’UE. Sono 14 i nuovi progetti aggiunti all’elenco dei 46 già esistenti. Diventano dunque 60 le collaborazioni su diversi settori collegati alla Difesa Comune Europea: formazione militare generale, formazione terrestre, sistemi marittimi e aerei, cyberdifesa, servizi multipli congiunti di sostegno reciproco.

Ad oggi sono di fatto pienamente operativi solo due Gruppi di Risposta Rapida alle minacce contro la sicurezza degli europei: il team informatico che previene e risolve attacchi hacker, e il comando medico europeo, già impegnato durante la pandemia Sars-CoV2.

La PESCO, Permanent Structure Cooperation, fu lanciata nel dicembre 2017 per sviluppare principalmente tre canali d’azione congiunta: collaborazione tra membri UE per una maggiore condivisione dei mezzi a tutela dei propri cittadini; sviluppo di progetti comuni per rafforzare la decennale politica di sicurezza e difesa comune; implementazione concreta delle basi economiche e finanziare destinate alla Difesa Comune integrata. Le basi legali di questa struttura poliedrica stanno nell’articolo 42 del Tratto di Lisbona, seguito dalla Global Strategy del Consiglio Europeo dell’estate 2017.

I 25 Stati partner, tra cui quelli del “nocciolo duro” fondatore dell’Europa – Italia compresa, la Polonia e tutti i paesi baltici, hanno aderito su base volontaria senza pregiudizio nei riguardi delle rispettive singole e sovrane politiche interne di difesa e sicurezza.

Per tradurre il tutto, la PESCO si occupa di investimenti comuni in materia di difesa, soprattutto di quella aerea e terrestre. Investimenti sostanziosi, come quelli erogati per il Trasporto aereo strategico per carichi fuori misura (SATOC), o per realizzare il veicolo semiautonomo di superficie di medie dimensioni (M-SASV) capace di maggiore flessibilità operativa e superiore protezione dell’equipaggio. Ancora, fondi cospicui sono stati destinati al progetto piccoli RPAS di prossima generazione (NGSR) che doterà le forze europee di droni tattici per le operazioni marittime e aeree, in duplice utilizzo militare e civile e specialmente per reagire alle emergenze umanitarie o alle catastrofi naturali. Tra tutti, il progetto più avveniristico riguarda la difesa delle risorse spaziali (DoSA) che aumenterà l’efficienza operativa dell’UE nel settore spaziale, appunto, con più risorse e funzioni trasversali di accesso, difesa passiva ed efficienza operativa globale.

L’elenco dei nuovi progetti comprende anche nuovi elementi essenziali della scorta navale europea, un nuovo aeromobile da carico tattico di medie dimensioni (FMTC), nuovi droni su aerogiri, nuove piccole armi scalabili e ulteriore potenza aerea per i sistemi aerei già attivi. Da uno sguardo d’insieme, in fin dei conti, l’intera PESCO sembra rivolta a inondare di liquidità il settore C4ISR, che in gergo militare significa capacità di potenziamento reale delle 4C fondamentali: Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer.

Da oggi fino al 2027 le risorse per gli investimenti (così si chiama la voce di bilancio che comprende le spese spesa per i nuovi equipaggiamenti militari e per la Ricerca e Sviluppo di nuovi armamenti) produrranno un flusso complessivo di quasi 8mila milioni di euro, con un aumento superiore al 7% della cifra inizialmente destinata dagli Stati a questo capitolo di spesa. Aumento parallelo, del resto, al trend di crescita generale che si registra già da qualche anno: la spesa aggregata per gli investimenti militari negli Stati membri UE, nel triennio 2017-2019, è stata pari a 106.279 milioni di euro, con un aumento netto del 35% in 3 anni.

La Francia detiene il record assoluto di spesa militare, con 50 miliardi di dollari spesi nel 2019, seguita dalla Germania, con 49,3 miliardi, che a sua volta fa registrare un altro record singolare: dal 2018 al 2019 l’aumento dei finanziamenti all’esercito tedesco è stato pari al 10%, l’incremento maggiore a livello mondiale.

Il nostro Paese, dal canto suo, non è stato meno generoso con l’industria militare: l’Italia ha visto crescere la spesa per le sue Forze Armate fino a 15,32 miliardi di euro nel corso del 2020, con un balzo del 9,6% rispetto al 2019. Nel 2021 lo stanziamento dovrebbe giungere a 17 miliardi, di cui ben 7 saranno impiegati per acquistare nuovi mezzi, armi ed equipaggiamenti. Dal 2016 al 2020 il Bel Paese è stato il decimo maggior esportatore di armi al mondo, vendendo all’estero soprattutto aerei militari e le navi, e soprattutto a Turchia (18%), Egitto (17%) e il Pakistan (7,2%). La nostra punta di diamante tra le industrie belliche mondiali, Leonardo (ex Finmecccanica), ha da poco annunciato di aver chiuso i primi 9 mesi del 2021 con ricavi in crescita del 6%, con ordini in rialzo fino a 9.266 milioni di dollari.

Di esercito comune europeo ne parlavano già De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet. Ne parlavano a portafogli chiusi, però. Che sulle macerie di una guerra mondiale le speranze pesavano più dei debiti.

Oggi nessuno avrebbe forse il coraggio di mettere sulla stessa bilancia diritti umani e interessi economici. Per lo meno, nessuna delle fiorenti industrie militari. Patrick e gli altri possono attendere.