Cultura

Prefazione a un libro mai scritto

By Stefano Bolognini - Own work, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3572305

Ci sono rimpianti che arrivano quando la vita rallenta e il silenzio diventa abbastanza profondo da farci ascoltare ciò che per anni abbiamo taciuto. Il mio ha il volto di un figlio mai nato e il ricordo di una donna che ho imparato ad amare quando, forse, era già troppo tardi. Lei ritorna oggi nei miei pensieri con la dolcezza delle occasioni perdute e mi fa immaginare una vita diversa.

Una casa, due mani intrecciate, una voce bambina a riempire le stanze. E quel figlio che non ho avuto, con gli occhi forse simili ai suoi, la sua risata, i primi passi e tutte le domande alle quali avrei cercato, goffamente, di rispondere. Da giovani crediamo che il tempo sia infinito. Rimandiamo le parole, nascondiamo i sentimenti e lasciamo che sia la paura a decidere per noi. Poi gli anni passano e comprendiamo che certe occasioni non ritornano, e che alcuni amori si riconoscono davvero soltanto nella loro assenza.

A posteriori l’ho amata come si amano le cose che non possiamo più raggiungere: senza difese e senza orgoglio, con quella struggente tenerezza che nasce quando ormai resta soltanto il ricordo. Mi sono chiesto tante volte come sarebbe stata la nostra vita se avessi avuto il coraggio di sceglierla, di costruire con lei un futuro. Non rimpiango soltanto un figlio. Rimpiango la vita che avremmo potuto condividere, l’uomo che forse sarei diventato e l’amore che avrei potuto offrire, se solo avessi trovato la forza di superare le mie indecisioni.

Forse avrei dovuto ascoltare il battito di quel cuore. Forse non sarei dovuto salire su quel treno. O forse saresti dovuta salire con me. Forse. Ci sono parole che arrivano troppo tardi e domande alle quali il tempo non concede più una risposta. Restano lì, sospese tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che avremmo potuto vivere, come se una parte di noi continuasse ad aspettare una possibilità che non tornerà. Solo molto tempo dopo ho compreso fino in fondo il significato di quel giorno in cui abbiamo fatto l’amore, forse senza sapere che quel momento avrebbe continuato a vivere dentro di me per tutti gli anni a venire. Non immaginavamo che la nostra passione potesse attraversare il tempo con quella forza. Si dice che l’innamoramento abbia una stagione privilegiata, che il desiderio travolgente appartenga soprattutto agli inizi e che gli anni, inevitabilmente, ne trasformino l’intensità.

Ma la nostra storia sembrava sottrarsi a quella misura. Dalla prima Pasqua insieme fino a quel giorno in cui, bellissima, con un abito nero abbottonato sul davanti, eri già sulla porta per uscire. Poi ti sei voltata e sei tornata indietro. Avevi il viso illuminato. In quel gesto c’era qualcosa che ancora oggi non riesco a dimenticare. Come se, per un istante, tutto ciò che ci aveva separati fosse diventato irrilevante. Come se una forza più antica della ragione continuasse a riportarci l’uno verso l’altra. Erano passati vent’anni. Due decenni in cui ogni incontro sembrava ancora il primo, ogni sguardo conservava la sorpresa dell’inizio e ogni abbraccio ritrovava un’intensità che il tempo non era riuscito a spegnere.

Forse è questo che ancora oggi mi commuove. Non soltanto la passione che ci ha uniti, ma la sua capacità di sopravvivere agli anni, di riaffiorare intatta quando tutto sembrava ormai appartenere al passato. Quel figlio, a volte, mi sembra fosse già nei nostri sguardi e nello slancio di quei momenti. Non nella realtà, ma nella possibilità. Era racchiuso nell’idea di una vita insieme, nella chimica dei nostri corpi e in quella forza che ci faceva ritrovare oltre ogni esitazione, oltre ogni ragione. A volte penso che il figlio che non ho avuto sia diventato il simbolo di tutto ciò che non siamo riusciti a realizzare. Non soltanto una vita che avrebbe potuto cominciare, ma una casa, una storia diversa. Un futuro che oggi posso soltanto immaginare.

Eppure non voglio trasformare il ricordo in un processo al passato. Non so se le cose sarebbero andate davvero come le immagino. Non so se avremmo saputo custodire la nostra passione dentro la quotidianità, né quale uomo sarei diventato accanto a lei. So soltanto che quella possibilità è rimasta dentro di me e che, con il passare degli anni, ha assunto un significato sempre più profondo. Oggi non cerco colpevoli. Cerco pace. Accetto che esistano persone destinate a restare dentro di noi come possibilità incompiute e figli che continuano a vivere nei nostri pensieri senza aver mai respirato il mondo.

Forse invecchiare significa proprio questo: imparare a convivere con le vite che non abbiamo vissuto senza smettere di riconoscere il valore di quella che abbiamo avuto. Quando, nelle sere silenziose, penso a te e a quel bambino che avrebbe potuto venire al mondo, non chiedo più al passato di restituirmeli.

Mi limito ad amarvi, ciascuno a modo suo, nel luogo segreto in cui il cuore custodisce ciò che non ha saputo diventare realtà. È un libro che non ho mai scritto, eppure ogni sua pagina è rimasta dentro di me. Non ha capitoli, date da ricordare o fotografie da sfogliare. Ha il colore di certi ricordi, il silenzio delle parole mai pronunciate e il peso lieve e struggente delle cose che avrebbero potuto essere. Forse questa è la mia prefazione. L’inizio tardivo di una storia che non potrò cambiare, ma che finalmente riesco a raccontare. Perché esistono assenze che non lasciano fotografie, ma lasciano dentro di noi un’intera vita.