Il Fondo

Quello che le donne (iraniane) non dicono

La lotta delle iraniane per l’uguaglianza fa parte della storia movimentata dell’Iran: già nel 1906, durante le prime mobilitazioni per dare al paese una costituzione e un parlamento, si formarono segretamente alcune associazioni per la creazione di scuole riservate alle ragazze.
Nel 1932 l’ultima organizzazione femminista indipendente fu distrutta dallo Scià Rheza, che alternò misure liberali e coercizione: nel 1936 vietò di indossare lo hejab in pubblico ma permise l’ingresso delle donne all’università. La sua repressione, tuttavia, continuava a toccare indifferentemente uomini e donne, se provavano ad opporsi al potere monarchico.
Tra il 1940 e il 1953 nuove associazioni femminili sorsero per rivendicare i diritti civili e l’uguaglianza con gli uomini. Durante gli Anni ’70 molte giovani donne, essenzialmente studentesse, ripresero la lotta armata contro il regime dello Scià.
E durante gli ultimi decenni, di fatto, la lotta femminista non è mai cessata: risale al 2009 la campagna di firme per l’uguaglianza dei diritti all’interno della famiglia e l’abrogazione della pena della lapidazione delle donne. Nel 2017 alcune iraniane iniziarono a togliersi il velo, e il loro movimento fu chiamato “le ragazze della rivoluzione”.
Le sommosse attuali non esprimono solo una rivolta contro il velo, ma coinvolgono l’intera Repubblica islamica: si tratta di una volontà di cambiamento che permane intatta ormai da decenni. La macchina si è rimessa in moto lo scorso 13 settembre, quando gli agenti della polizia morale interrogarono una giovane donna di 22 anni di origine curda (Mahsa Amini) accusandola di indossare male il velo. Ci fu un arresto e un interrogatorio, all’ordine del giorno nella società iraniana, ma Mahsa è morta tre giorni dopo il fermo, in ospedale, e a questo è seguita l’esplosione di collera che tuttora si propaga nel paese.
Il muro della paura sembra crollato, e le donne sopportano rischi considerevoli sfidando il regime nelle strade. Nonostante una repressione sempre più dura, con le forze dell’ordine che sparano sulla folla, l’oggetto della contestazione si è presto allargato, e oggi sono gli stessi fondamenti del regime a essere sotto attacco. Eppure l’Iran ha già conosciuto in passato diverse ondate di protesta popolare: nel 2009 il Movimento Verde confutò la rielezione del presidente Mahamud Akmadinejad, denunciando brogli elettorali. Sul finire del 2017 diversi gruppi sociali, nati negli ambienti più miseri, si mobilitarono per protestare contro il calo delle sovvenzioni statali e il conseguente rincaro dei prezzi del carburante e di molti generi alimentari. Nel 2019 le stesse motivazioni economiche hanno mobilitato le classi popolari e anche la piccola borghesia, soprattutto nelle piccole città e nelle periferie povere dei grandi centri urbani.
Oggi il regime deve fronteggiare un malcontento generalizzato, nonché la forte implicazione delle donne e della gioventù del paese. Circa il 51% dell’iraniani ha meno di 30 anni, su una popolazione totale di 86 milioni di abitanti, e questi giovani non possono più vivere come i loro genitori. A ciò si aggiunge l’ampiezza geografica delle manifestazioni, che non si limitano più soltanto ai centri urbani ma toccano anche regioni ben lontane dal centro del potere.
La pessima situazione economica conta molto: gli iraniani sono strangolati da un’inflazione che supera il 40%.
Il governo ha anche adottato un pacchetto di misure di austerità molto impattanti, come l’eliminazione del calmiere dei prezzi di alcuni beni di prima necessità. A giustificare questa manovra suicida, il regime ha argomentato che si tratta di sanzioni inflitte all’Iran dall’occidente per impedirgli di sviluppare il proprio programma nucleare.
Così il potere d’acquisto degli iraniani è crollato: il consumo di carne, uova e latticini ha subito un calo del 50%. Circa il 45% degli iraniani vive sotto la soglia di povertà e il 10% di loro non ha proprio nulla da mangiare. La popolazione deve anche lottare contro una corruzione endemica, di cui non riescono a liberarsi. Si tratta di un paese dove oltre i due terzi del prodotto interno lordo dipendono dalle industrie statali e dagli organismi pubblici o semi-pubblici. Un recente rapporto parlamentare ha denunciato traffici illeciti che sfiorano i 3 miliardi di dollari ai vertici del più grande produttore d’acciaio del paese: la Mobarakhé Steel Company. I titoli di questa acciaieria sono stati anche sospesi in borsa a Teheran per eccessivo rialzo.
A ciò si aggiunge l’evidente assenza di una chiara direzione politica, o di una qualche coordinazione riconosciuta a livello politico. La repressione o l’annullamento delle forze dell’opposizione politica all’interno del paese non è suscettibile, per ora, di alcun alleggerimento.
Il presidente Raissi, di ritorno dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre, si preoccupò immediatamente di proclamare che le forze dell’ordine avrebbero continuato ad agire fermamente contro chi “avesse attentato alla sicurezza e alla pace del paese o del popolo”.
Ad oggi non sappiamo ancora se i principali attori economici del paese vorranno imbavagliare i manifestanti. Gli operai del sito petrolchimico di Assalouyeh sono in rivolta da settimane, ma la loro dimostrazione non ha finora per nulla scalfito la produzione. Anche gli scioperi degli insegnanti restano minoritari, così come quelli dei commercianti del bazar di Teheran, che diversamente dalle precedenti crisi nazionali, stavolta esprimono a stento una sincera solidarietà con i manifestanti.
Quale che sia la sorte di questo movimento, i suoi risultati appaiono già importanti. La gioventù iraniana, e ancor più le giovani donne iraniane, rivendicano un cambiamento. È possibile che la polizia morale venga smantellata, o almeno che perda la sua terribile capacità letale: indossare il velo potrà non essere più obbligatorio, ma nulla vieta che saranno anche prese ulteriori misure in favore di una maggiore e generale apertura politica.
Si spera.