Il Fondo

RAI, Wimbledon non è un optional

Che la RAI abbia spesso scelto di ignorare eventi sportivi importanti in favore di logiche editoriali poco trasparenti non è una novità. Ma ciò che sta accadendo in questi giorni ha il sapore amaro della beffa e della miopia. Il tennis italiano è davanti ad un evento storico: due nostri connazionali si battono per un posto nelle semifinale di Wimbledon, il torneo più prestigioso del mondo sull’erba. Eppure, il servizio pubblico resta in silenzio. Assente. Disinteressato. Siamo di fronte ad una delle pagine più significative nella storia sportiva del nostro Paese, e l’emittente nazionale, quella finanziata dal canone che ogni cittadino è obbligato a pagare, preferisce girarsi dall’altra parte. Non una diretta, non un’eccezione alla regola, non una scelta editoriale che vada nella direzione del racconto collettivo. Mentre i network privati monetizzano, la RAI si autoesclude da ciò che dovrebbe essere il suo compito principale: raccontare il Paese, quando il Paese vive qualcosa di straordinario. Non si tratta solo di tennis. Si tratta di cultura, orgoglio, appartenenza. Si tratta di un evento che unisce generazioni, che appassiona anche chi non segue abitualmente lo sport, che accende i bar, le case, le piazze. Quando due italiani arrivano ai quarti di finale a Wimbledon, non è solo un fatto sportivo. È un simbolo. E la RAI, che avrebbe il dovere di esserci, sceglie di non esserci. Perché? Dov’è la visione, dov’è la capacità di leggere il presente, dov’è il rispetto per chi ogni anno contribuisce al bilancio dell’azienda pubblica con il proprio canone? Possibile che nessuno abbia colto l’importanza sociale e politica di questo evento? Possibile che si continui a sottovalutare il valore dello sport come momento di unità nazionale? La decisione di non trasmettere in chiaro le partite è un autogol. Non solo per la RAI, ma anche per quei referenti politici che ancora oggi ne determinano l’indirizzo. Perché sì, questa scelta avrà un costo anche elettorale. Gli italiani sono più attenti di quanto si pensi, e ricordano. Soprattutto quando vengono esclusi da ciò che li unisce e li rappresenta. La domanda è semplice: perché pagare un servizio pubblico che non è presente nei momenti pubblici? A chi risponde che i diritti televisivi costano troppo, ricordiamo che la RAI investe ogni anno decine di milioni in eventi ben meno seguiti e meno rilevanti. E allora torniamo al punto di partenza: qui non si tratta di soldi, ma di scelte. E la scelta fatta oggi è profondamente sbagliata. Non è più tempo di deleghe in bianco. Il pubblico merita rispetto. I tifosi meritano rispetto. Lo sport merita rispetto. E chi gestisce il servizio pubblico ha il dovere di esserci nei momenti che contano.