Il Fondo

Referendum: la paura del voto

C’è un paradosso che attraversa il dibattito sul referendum: l’alta affluenza alle urne, anziché essere salutata come un segnale di vitalità democratica, viene guardata con sospetto da chi sostiene il No. Eppure in una democrazia matura la partecipazione dovrebbe essere sempre un valore, non una variabile da temere. Dietro questa inquietudine si intravede una convinzione difficile da dichiarare apertamente: che un elettorato più ampio possa risultare meno controllabile, meno prevedibile, e dunque più incline al cambiamento. Da qui il riflesso conservativo riassumibile in un principio tanto semplice quanto fragile: non cambiare nulla perché ogni modifica rischia di produrre effetti incontrollabili. È la retorica del “mattone che fa crollare il palazzo”, evocativa ma povera di sostanza. Il confronto pubblico in realtà non ha brillato per profondità da nessuna delle due parti. I sostenitori del Sì hanno spesso calcato la mano, ricorrendo a esempi impropri e a toni talvolta eccessivi. Tuttavia hanno almeno provato a costruire un racconto, a offrire una direzione. Sul versante opposto invece è mancata una vera contro-argomentazione: più che entrare nel merito, si è preferito liquidare le ragioni altrui come infondate, quando non addirittura fantasiose. Resta allora il dato essenziale: i cittadini che si recano alle urne compiono un atto di responsabilità, non un errore di valutazione. Partecipano, scelgono, decidono. È questo il cuore della democrazia, anche quando l’esito non coincide con le aspettative di una parte. Se davvero l’alta affluenza dovesse favorire il Sì, come alcuni osservatori suggeriscono, non sarebbe un’anomalia ma una conseguenza. E metterne in dubbio la legittimità equivarrebbe a mettere in discussione la capacità stessa degli elettori di comprendere e deliberare. Un terreno scivoloso che finisce per indebolire proprio ciò che si dichiara di voler difendere: la fiducia nel voto e nella sovranità popolare.