Opinioni e commenti

Riflessione dopo il voto amministrativo

Il voto del 12 giugno ci consegna un quadro con elementi di chiarezza e sui quali riflettere.
Anzitutto il voto consolida una posizione di coerenza in termini di politica internazionale, individuata sia nel PD che in FdI.
La Lega paga la sua scarsa attendibilità ed affidabilità dimostrata nelle varie vicende: dal “tutti in galera e buttiamo via le chiavi” al sostegno al referendum contro la carcerazione preventiva. Dallo slogan “tutti possono difendersi dall’aggressione dei delinquenti possedendo armi” a “non mandiamo armi all’Ucraina (che deve difendersi dall’aggressore) perché alimentiamo la guerra”!!
Il M5S mostra chiari i segni dell’esaurimento della propulsione antisistema e le concrete incapacità di essere oltreché professarsi diverso: dal 2018 è ininterrottamente al governo con maggioranze variegate e contraddittorie, senza mai rinnegare le precedenti esperienza.
Entrambi questi partiti mostrano con evidenza il vuoto che esiste tra la ricerca facile del consenso ed il suo uso ai fini del buon governo. Sono due realtà, prese generalmente pur in presenza di esponenti che marcano significativamente la differenza, che evidenziano i limiti della propaganda applicata al governo.
Emerge come altrettanto chiaro che, pur in presenza di un riequilibrio significativo verso FdI della Meloni a discapito in prevalenza della Lega, il centrodestra rimane maggioritario nel nostro Paese.
Come appare chiaro che l’apporto del M5S al progetto di “campo largo” rappresenti una sommatoria priva di una visione strategica e non sia determinante, in prospettiva nazionale, per spostare l’equilibrio dalla coalizione di centrodestra a quella di centrosinistra.
Quindi, se è pur vero che il PD rappresenta il baricentro sul quale costruire una alternativa alla coalizione di centrodestra, i dati ci dicono che questa alternativa ha necessità di uscire dalla mera sommatoria, spesso frutto di compromessi al ribasso, fra diverse forze distinte sul piano della strategia e della visione politica, per trasformarsi in una vera e concreta proposta politica.
Sicuramente significativo il risultato di quell’area che definiamo riformista, che va non sempre coerentemente e compattamente da Italia Viva a +Europa passando per Azione ed intercettando quando il Psi e quando altre realtà più locali e civiche.
Un’area che necessita di un salto di qualità, che le consenta di uscire dal riflesso nello specchio dei vari leader ipertrofici, il cui atteggiamento da prime donne impedisce una seria e prospettica costruzione di una proposta politica.

Ed appunto il problema è la costruzione di una proposta politica.

Il quadro che emerge dalle amministrative è chiaro e lo abbiamo detto che, vigente l’attuale legge elettorale, il centrodestra rimane maggioranza nel Paese e la sommatoria di PD più altri, M5S compresi, non è sufficiente a delineare i connotati di una concreta alternativa.
Dunque la domanda da porre al PD è se continuare in una ricerca di alleanza matematica oppure scegliere il percorso più difficile di creare un’alleanza politica che si basi coerentemente su una visione comune da costruire.
Naturalmente lo scenario può cambiare se, come si vocifera sebbene con scarsa convinzione, le sconfitte della Lega e del M5S, faranno optare per un cambio di legge elettorale andando verso la riproposizione del proporzionale con sbarramento.
In quest’ultimo caso è più semplice presentarsi all’elettorato con proposte chiare da mettere a confronto dopo il voto con le forze “alleabili” per trovare poi in Parlamento la quadra di un governo possibile.
Uno scenario che non darà garanzie assolute di governabilità e coesione fra partiti “alleabili”, ma con la potenzialità di crearne i presupposti.

Dopo queste elezioni merita una riflessione anche lo stato del PSI.
Mentre scrivo non conosco i risultati del partito in tutti i territori in cui ci siamo presentati. Non ho dubbi che avremo dei significativi risultati in alcune realtà territoriali. mentre scrivo conosco l’ottimo risultato di Carrara.
Ciò che appare chiaro però, a conferma di un trend ormai più che ventennale, è che dove il voto amministrativo assume una fisionomia anche di natura politica, nei grandi centri urbani e nei capoluoghi, noi generalmente scompariamo.
Quando resistiamo lo dobbiamo a due fattori: uno storico radicamento su quel determinato territorio oppure la presenza di compagni che hanno un seguito personale.
Quindi manca il voto politico e non abbiamo in modo uniforme un radicamento elettorale su tutti i territori.
Quest’ultimo elemento si inserisce poi in una rappresentazione che vede proliferare liste civiche spesso nate per l’occasione elettorale e che conseguono risultati significativi pur non avendo un chiaro connotato politico. Rappresentando quindi interessi contingenti e che possono, talvolta, durare lo spazio di una legislatura.
Si pone, dopo ormai un trentennio, comprendere cosa fare.
Per noi la questione risulta sostanzialmente indifferente in relazione alla legge elettorale. Non solo e soltanto perché l’introduzione del proporzionale avverrebbe con soglia di sbarramento come è palese, ma proprio perché privi di voto politico e con un radicamento territoriale eterogeneo, abbiamo bisogno di rappresentarci oltre i nostri confini di partito.
E qui occorre una seria riflessione sulle prospettive.
Dal 1992 abbiamo alacremente lavorato per tenere in piedi la comunità socialista.
Altri fuoriusciti dall’allora Psi hanno costituito altre formazioni come il Nuovo Psi che, negli anni, non ha avuto certamente miglior fortuna del SI, SDI, PS, PSI da noi costituito. Ciò a testimonianza del progressivo esaurimento dell’elettorato del fu PSI, già eroso in larga parte da un voto che è andato o verso l’astensionismo oppure si è via via consolidato in larga parte su Forza Italia ed in parte su PDS, DS, PD.
La riflessione non può non partire da questi dati oggettivi ed incontrovertibili.
Ha senso oggi parlare di ricostituzione del vecchio PSI avendo a mente il vecchio elettorato e cercando di mettere insieme il vecchio gruppo dirigente? Per quanto riguarda l’elettorato occorre dirci con chiarezza e senza infingimenti che la cosa non è più possibile. Non solo lo testimonia l’esperienza che varie volte abbiamo fatto proponendo all’elettorato la lista PSI, ma a smentire ci sono ormai circa trent’anni di voto espresso e consolidato verso altre formazioni politiche. Come si può oggi pensare di recuperarlo con la mozione degli affetti? Affetti che sono stati lesi trent’anni fa e nel frattempo la storia ed i fatti sono andati avanti consolidando nuovi e diversi convincimenti. La ricomposizione oggi, su quelle basi, appare impossibile considerando poi una società ed un mondo drasticamente cambiati come cambiato e rinnovato è l’elettorato e magari quella storia la conosce, quando la conosce, come evento lontano.
Magari i vecchi dirigenti li puoi anche mettere insieme immaginando di limare gli elementi ostativi che hanno caratterizzato i rapporti personali nel trentennio. Ma per cosa?
Se da una parte lamentiamo giustamente che la rappresentanza politica ha perso la capacità di creare una visione di prospettiva, come possiamo pensare che una siffatta operazione “deja vu” colmerebbe questo gap solo attraverso una ricomposizione nel nome del grande passato ma priva di un respiro di futuro?
Noi dobbiamo dare una concreta risposta alla domanda, che è alla base delle ragioni che ci hanno spinto dal 1992 a ritenere essenziale che una comunità organizzata socialista fosse ancora presente nel tessuto politico italiano. E la domanda è: per che cosa?
Credo che giunti all’oggi a questa domanda non si possa fuggire e forse sarebbe necessario che la risposta fosse trovata in un serrato e partecipato dibattito congressuale come quello che ci accingiamo a fare.
Personalmente credo che la risposta stia nella volontà di tramandare la nostra gloriosa storia, fatta di conquiste civili e sociali, di principi e valori, in una prospettiva futura in cui le risposte ai bisogni, dell’oggi e del domani, affondano si le radici culturalmente e politicamente nel passato ma con la chiara capacità di coniugare risposte per l’oggi ed il domani
Abbiamo la forza e la capacità di farlo da soli?
Non ho dubbi che ne abbiamo la volontà! Ma in questo caso non può valere l’ottimismo della volontà!
La volontà, senza la forza e la capacità, finirà per esaurirsi per consunzione col peccato di non lasciare alcuna traccia meritevole per il futuro.
E’ a mio avviso indispensabile che si ragioni sul come mettere a frutto questa storia e questo bagaglio umano e di principi e valori verso una prospettiva più ampia, in cui comprendere l’esigenza del contaminarsi con quanti non hanno la nostra storia ma con cui è possibile costruire un futuro condiviso.
A questa esigenza è possibile credere immaginando che l’area riformista uscita dalle elezioni possa diventare qualcosa di più di una semplice sommatoria di piccole sigle. Che ponga le basi di una piattaforma politica culturale per il futuro, in cui ritrovarsi diventa naturale e fisiologico.
Oppure, per altro verso, immaginare una evoluzione del PD che da partito votato al “governo ad ogni costo”, e quindi costantemente orientato ad un compromesso al ribasso per mettere insieme alleanze elettorali che poi non governeranno, chiarisca in via definitiva che il governo appunto è un mezzo e non il fine per l’affermazione di un progetto politico-culturale con una visione e si ponga l’obiettivo di crearci intorno un solido consenso, contaminandosi in modo culturale con esperienze che non appartengono alla sua storia ma con le quali può esistere un substrato di profonda condivisione..
E’ un dibattito che ancora la politica non affronta. Non so se gli scossoni elettorali agevoleranno.
Avevo sperato che l’avvento Draghi liberasse questa potenzialità di rimettere in gioco la politica attraverso analisi e confronti necessari.
A tutt’oggi il dibattito ha seguito lo stesso spartito degli ultimi trent’anni con le varie formazioni acconciate a lasciare il “lavoro sporco” a Draghi per rimanere invischiate nella ricerca di consenso step by step, giorno per giorno, su temi cogenti ma senza affrontarli in un contesto di prospettiva. Peraltro perdendo di vista l’essenzialità politica offerta da un personaggio come Draghi che, per guardare al recente passato, ha una storia ed una impostazione diversa da altri premier tecnici succedutisi. Ha avuto la capacità e l’autorevolezza di rimettere in gioco il nostro Paese sia dal punto di vista economico, pur fronteggiando due emergenze non certo banali come pandemia e guerra, sia sul piano dell’autorevolezza nel panorama politico europeo ed internazionale.
Da comprendere, peraltro, la postura che attiene alla definizione di “lavoro sporco”! Come se governare nel quadro politico attuale fosse un impegno apolitico!
Lo stesso PNRR, lo si comprenda oppure no, delineerà le strategie del futuro e se non lo si gestisce con una visione, finirà per farci fare la solita figura da peracottari. Quale prospettiva politica lo caratterizzerà? Quali valori e principi ne faranno da cornice?
Sono domande banali certo, ma che dovrebbero stare con pieno diritto in un serio dibattito politico. Invece siamo ancora al piccolo cabotaggio!

E noi? Ci limitiamo al commento oppure proviamo a liberare quelle energie e quelle idealità che sbandieriamo rifacendoci al passato, ma che troppo spesso non concretizziamo per inadeguatezza, oppure ancora siamo capaci di inserirsi negli scenari politici riuscendo a condizionare e creando le condizioni per la “contaminazione coi simili”?
In conclusione la scelta può essere anche quella di tutelare la nostra gelosa e mitizzata autonomia, oggi più declinabile come semplice distanza dagli altri, ma con la certezza che potremmo finire per rappresentare una residuale testimonianza storica di un passato denso.
Riempirà il cuore e l’orgoglio di chi, come me, ha sempre avuto ed avrà una coerente appartenenza al PSI, ma non consentirà di aprire l’esperienza pratica di quei valori e quei principi a chi, oggi diciottenne, si affaccia per la prima volta al salto della maturità, andando a votare. Per non parlare di chi diciottenne lo è stato in diverse riprese nel trentennio che ci sta alle spalle e che quella storia la conosce per sentito dire, magari tramandata dai genitori o, ancora, perché si è informato su wikipedia.
Insomma, cosa resterà di noi dopo di noi?

 

Aldo Repeti