Il Fondo

Ryad Mansour, l’ambasciatore che ha portato Gaza all’Onu tra le lacrime

Non dimentichiamo questo nome: Ryad Mansour, ambasciatore palestinese all’Onu. È lui che, pochi giorni fa, ha preso la parola con la voce rotta dal pianto e dalla disperazione, raccontando al mondo l’agonia quotidiana dei bambini di Gaza. Bambini che muoiono lentamente, tra le braccia delle loro madri, consumati dalla fame. Non per mancanza di cibo nel mondo, ma per mancanza di volontà nel farlo arrivare dove serve davvero. C’è forse qualcosa di più disumano. Gli aiuti umanitari, quando arrivano, spesso finiscono nelle mani sbagliate. Una parte è lasciata nelle mani di Hamas, l’altra viene intercettata da trafficanti senza scrupoli che barattano latte e farina per tornaconto personale. È un’economia parallela, certo, come in ogni guerra. Ma in Palestina questo meccanismo malato va avanti da decenni, come un rituale crudele che si rinnova ad ogni conflitto. Mai però con questa ferocia, con questa sistematicità. Mai con questa impressionante indifferenza. Non si può non pensare a certe pagine oscure del Novecento. Ed è proprio questo il paradosso doloroso: chi nella propria storia ha conosciuto la persecuzione, oggi la infligge. Gli ebrei, più di altri, dovrebbero sapere cosa significhi essere un popolo schiacciato dall’odio. E invece Mansour ha parlato davanti ad un’Europa che ascolta, annuisce, si commuove a parole ma poi tace nei fatti. Gli aiuti lanciati con i paracadute diventano simbolo di una distanza morale prima ancora che fisica. Come se la vita di quelle persone valesse meno. Come se si stesse parlando di animali. In tutto questo, persino la politica ha avuto il coraggio di diventare farsa. Donald Trump ha parlato di costruire un lungomare palestinese, un Mar-a-Lago del Medio Oriente, come se bastassero spiagge e hotel per cancellare la fame e la morte. Netanyahu, intanto, continua la sua guerra che sembra sempre più mirata non alla difesa, ma all’annientamento. Anche dei bambini. Anche di chi non ha mai avuto tempo di scegliere da che parte stare. E nessuno, finora, ha avuto il coraggio di dire basta. Nessuno ha messo in discussione equilibri di potere troppo radicati, magari anche quella finanza internazionale in mano a pochi. Perché schierarsi con i più deboli costa. Costa in termini politici, economici, diplomatici. Eppure basterebbe poco, a volerlo davvero, per fermare questa vergogna. Una vergogna che non risparmia nessuno. Nemmeno l’Onu. Il discorso di Ryad Mansour, così carico di dolore ma anche di dignità, probabilmente non cambierà le cose. Forse verrà archiviato come un gesto teatrale, o ignorato nel solito scorrere delle notizie. Ma chi ha ancora un briciolo di coscienza, dovrebbe ascoltarlo. Rileggerlo. Rivederlo. E poi domandarsi: quanto ancora possiamo restare in silenzio

Due anni di guerra tra Israele e Palestina, e nessuna prospettiva di pace. Solo corpi giovani da seppellire ed altro odio da tramandare. Una catena che ormai sembra che nessuno, davvero nessuno, voglia spezzare.