La riforma della medicina generale si è fermata. Il Sindacato Medici Italiani esulta, chiede l’apertura immediata di un tavolo di confronto e rilancia una piattaforma di proposte per ridisegnare l’assistenza territoriale; la segreteria nazionale parla di ascolto, partecipazione e condivisione delle scelte, sostenendo che una riforma di questa portata non possa essere costruita senza il coinvolgimento diretto dei medici.
Lo SMI considera un risultato importante il blocco del progetto promosso dal Ministero della Salute e rivendica il contributo della mobilitazione delle scorse settimane. Nel mirino del sindacato erano finiti il ruolo unico della medicina generale, il debito orario obbligatorio e l’ipotesi di modificare per legge aspetti tradizionalmente affidati alla contrattazione.
Ora il sindacato presenta le proprie ricette: superamento del ruolo unico, completamento orario su base volontaria, difesa della quota capitaria, maggiori tutele professionali, scuola di specializzazione in Medicina generale, rilancio della medicina dei servizi e nuove forme contrattuali per gli specialisti del settore. Temi certamente rilevanti, che finiranno inevitabilmente al centro del confronto con Governo e Regioni. Resta però una domanda che nessuno sembra voler affrontare fino in fondo: mentre tutti discutono del futuro della professione, chi si occupa del presente dei pazienti? Da anni assistiamo allo stesso copione.
I governi annunciano riforme epocali. Le regioni chiedono correttivi. I sindacati rispondono con proteste e controproposte. Si aprono tavoli, si convocano commissioni, si elaborano documenti. Poi tutto si arena e si riparte da capo. Nel frattempo, però, i cittadini continuano a fare i conti con studi medici sovraffollati, pensionamenti non sostituiti, liste d’attesa interminabili e territori sempre più scoperti.
La verità è che il dibattito sembra essersi trasformato nell’ennesima partita tra apparati, dove ciascuno difende il proprio spazio e le proprie prerogative. Da una parte il Ministero, dall’altra le Regioni, in mezzo le organizzazioni sindacali. Tutti parlano in nome dei cittadini, ma raramente si ascolta la voce di chi ogni giorno cerca un appuntamento, una prescrizione o semplicemente un medico disponibile. Le Case della Comunità dovevano rappresentare una rivoluzione. Oggi rischiano di trasformarsi in scatole vuote: edifici finanziati, inaugurazioni e conferenze stampa non mancano, ma senza professionisti e senza una chiara organizzazione restano soltanto strutture sulla carta. E intanto il tempo passa.
Le dieci proposte dello SMI possono essere condivisibili o meno. Il punto è un altro. I cittadini non hanno bisogno di dieci proposte. Ne chiedono una soltanto: garantire un medico accessibile, presente e in grado di rispondere ai bisogni di cura. Subito. Perché mentre la politica rinvia, i sindacati trattano e le istituzioni discutono, c’è un Paese reale che aspetta. E l’attesa, quando riguarda la salute, non è un dettaglio amministrativo. È un problema concreto che pesa sulla vita delle persone. Forse è arrivato il momento di ricordare una cosa elementare: il sistema sanitario non esiste per soddisfare ministeri, regioni o categorie professionali. Esiste per curare i cittadini. Tutto il resto viene dopo. E finché questo principio continuerà a essere dimenticato, ogni riforma rischierà di somigliare più a un esercizio di equilibrio politico che a una risposta ai bisogni di chi, in quel sistema, dovrebbe essere il protagonista e invece resta sempre l’ultimo a essere ascoltato.
Angelo Santoro