Si delineano sempre più chiaramente le categorie professionali per le quali in caso di errore nell’esercizio delle proprie funzioni scatta uno scudo penale. Medici, poliziotti, magistrati, parlamentari, avvocati che non spendono una lira per difendere se stessi – in parte già “scudati” – e naturalmente i ricchi, capaci di schierare eserciti di legali che rendono quasi impossibile vedere una prigione durante la loro vita. È probabile che col tempo altre categorie verranno aggiunte a questo elenco. Magari toccherà anche a noi giornalisti: condannati in un attimo per aver scritto notizie senza le quali i potenti – già scudati e abili a muoversi tra le maglie della verità – resterebbero indisturbati. La libertà di stampa viene spesso evocata, ma nei fatti chi racconta rischia più di chi sbaglia. Chi ha fame, invece, non potrà mai contare su alcuno scudo. Chi mangia furtivamente una punta di formaggio al supermercato perché digiuna, giustamente paga sempre e severamente per il delitto commesso. E deve pagare, perché così lavorano quelle categorie scudate che altrimenti resterebbero disoccupate. Con il Milleproroghe, che ha reso legge anche in Senato lo scudo per i medici, nasce allora una domanda: saranno immuni da condanne anche quei camici bianchi che con decisioni avventate hanno provocato tragedie irreparabili – come nel caso del bambino operato in un ospedale partenopeo? Oppure lo scudo vale solo finché l’errore resta una statistica, e non diventa un volto, una storia, una coscienza collettiva che interpella tutti noi? Forse, allora, il nodo non è lo scudo in sé, ma l’idea di giustizia che vogliamo difendere: una giustizia che protegge chi esercita funzioni delicate, oppure una giustizia che pesa allo stesso modo sulle spalle di tutti, senza distinguere tra chi ha potere e chi ha soltanto fame.
Scudo penale per tutti, tranne chi ha fame