Il Fondo

Se non c’è, inventate un paradiso: i bambini di Gaza e il diritto alla speranza

Di Michelangelo Buonarroti - wiki commons, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3206184

Di fronte alla morte dei bambini, ogni ragione cade. Ogni ideologia, ogni giustificazione, ogni strategia militare o politica si sgretola davanti al corpo senza vita di un bambino che non ha scelto, che non ha capito, che non ha potuto difendersi. I bambini non sono colpevoli. Non lo sono mai. Sono solo vittime. E per questo, se il paradiso non esiste, per loro andrebbe inventato. Gaza oggi è il simbolo più feroce di un mondo che ha smarrito il senso della misura, della giustizia e dell’umanità. I numeri parlano da soli: decine di migliaia di bambini morti, feriti, traumatizzati. Eppure non sono solo numeri. Sono nomi, volti, sogni spezzati. Bambini che avrebbero dovuto crescere, ridere, correre, imparare. Invece sono rimasti sotto le macerie, o vivono tra le rovine, senza acqua, senza cibo, senza scuola, senza gioco, senza futuro. La risposta israeliana all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas è stata, per ammissione di molti osservatori internazionali, sproporzionata. E in questa sproporzione si è consumata una delle tragedie umanitarie più gravi del nostro tempo. Una punizione collettiva che ha colpito una popolazione già provata da anni di blocco, isolamento e sofferenze. E che ha colpito soprattutto i più deboli: i bambini. Ma l’orrore non nasce solo dai numeri o dalle bombe. Nasce anche dall’indifferenza. Dalla lentezza delle diplomazie. Dalle parole di condanna che restano tali. Dai silenzi colpevoli di chi avrebbe potuto fare di più. Nasce dalle immagini trasmesse dai giornalisti che ogni giorno raccontano l’orrore e dalla consapevolezza che noi, spettatori lontani, possiamo solo indignarci e, al massimo, lanciare scatolame con i paracadute. Come se la fame, la sete, la perdita, il trauma potessero davvero essere risolti con qualche pacco di viveri gettato dall’alto. E mentre il mondo si interroga, si divide, si giustifica, i bambini sopravvissuti crescono nella paura, nel rancore, nell’odio. Non imparano l’alfabeto, ma la legge della violenza. Non coltivano il desiderio di gioco, ma il senso della vendetta. È così che si alimenta il prossimo conflitto. È così che si prepara la prossima generazione di vittime e carnefici. In un ciclo che pare infinito. Ma Gaza non è un caso isolato. I bambini continuano a morire in Siria, nello Yemen, in Sudan, in Ucraina, nei tanti angoli del mondo dimenticati dalle telecamere. In ogni guerra, i più colpiti sono sempre loro: i piccoli, gli innocenti, coloro che pagano il prezzo delle decisioni degli adulti. Serve un nuovo paradigma. Serve un’alleanza globale per la protezione dell’infanzia, che non si limiti alle convenzioni internazionali, spesso ignorate, ma che agisca concretamente. Serve la volontà di anteporre la vita umana a ogni interesse strategico. Serve il coraggio di dire che no, non tutto è lecito. Nemmeno in guerra. E serve, anche, un atto di immaginazione. Se non c’è un paradiso per questi bambini, bisogna inventarlo. Non solo come luogo simbolico dove pensare che possano trovare pace, ma come impegno terreno a costruire per loro un futuro possibile. Un grande Luna Park dove possano tornare a ridere, a fidarsi, a vivere. Un luogo reale o ideale dove la luce vinca sul buio, il gioco vinca sulla paura, la vita sulla morte.

E insieme al paradiso, sì, serve anche un inferno. Un luogo dove destinare la responsabilità storica e morale di chi ha permesso tutto questo. Netanyahu, Putin, i leader di Hamas, ma anche tutti coloro che hanno guardato altrove. Perché, se i bambini hanno diritto alla speranza, gli adulti hanno il dovere della memoria, della giustizia, della verità. Inventiamo un paradiso, allora. Ma prima costruiamo la pace.