Alla fine finirà così. Dopo anni di guerra, distruzione, profughi e bollette alle stelle, ci sarà bisogno di qualcuno da indicare al pubblico come responsabile. Putin? Troppo ovvio. Troppo radioattivo, politicamente parlando. Troppo utile, anche. E allora via con il piano B: Zelensky. Sì, proprio lui. L’ex comico diventato presidente diventato simbolo diventato fastidio. All’inizio lo adoravano tutti: parlava nei parlamenti europei, citava Churchill con l’accento ucraino, vestito sempre uguale come Steve Jobs, ma con i droni al posto dell’iPhone. Ovazioni, medaglie, strette di mano. Standing ovation anche al supermercato. Poi, lentamente, l’entusiasmo ha lasciato spazio all’imbarazzo. Zelensky ha cominciato a crederci troppo. A sentirsi uno di loro. A fare il leader di un Paese in guerra come se fosse il CEO di una startup geopolitica. Ma il mondo non ha tempo per le serie lunghe. E questa va avanti da troppo. Nel frattempo, in Ucraina, la legge marziale tiene le elezioni in stand-by. Il presidente resta lì, in carica “per causa di forza maggiore”, come un governo tecnico che però non piace più nemmeno ai tecnici. Il Paese è stremato, l’opinione pubblica pure, e nei sondaggi Zelensky inizia a scendere. Più veloce dei missili russi. La verità è che la guerra, per l’Occidente, è passata di moda. Non porta voti. Costa. Complica le cose. E soprattutto obbliga a stare dalla parte giusta, che non sempre è la più conveniente. Il gas americano è caro, le terre rare cinesi vanno trattate con i guanti, e la ricostruzione ucraina sarà una corsa a chi fattura di più. Non a chi ha resistito meglio. Quindi ecco la narrazione che cambia. Zelensky diventa troppo rigido, troppo esigente, troppo presente. Prima eroe, poi pedina. Poi problema. Ed è lì che arriverà la stoccata: se la guerra è finita male, in fondo è anche colpa sua. Non di Putin, che ha invaso. Ma di Zelensky, che non ha saputo “gestire”. Non lo dirà nessuno apertamente, ovvio. Ma tra una conferenza stampa e un summit, qualcuno lo lascerà intendere. È il solito trucco. Se non puoi assolvere l’aggressore, almeno incrimini la vittima. Nel finale grottesco, potrebbe succedere anche questo: che l’unico disposto a stringere ancora la mano a Zelensky, una volta firmata la pace, sia proprio il suo nemico di sempre. Lo zar. Perché in politica, come nel teatro, a volte gli applausi vanno a chi resta in scena. Anche se ha distrutto il palco.
Si sta già preparando la sentenza: Zelensky colpevole