Nel ricordo della crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti riemerge l’attualità del coraggio politico di Craxi e del ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale.
È verosimile che la recente ricorrenza dell’attacco terroristico di Hamas in territorio israeliano abbia finito per “sbiadire” un’altra data simbolica: il quarantesimo anniversario della crisi di Sigonella, uno dei momenti più tesi nei rapporti tra Italia e Stati Uniti.
Nell’ottobre 1985, l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi rivendicò, di fronte al potente alleato americano, la competenza giuridica dell’Italia a intervenire contro i dirottatori dell’Achille Lauro, nave passeggeri battente bandiera nazionale.
L’immagine divenuta iconica — l’aereo atterrato all’aeroporto militare di Sigonella, circondato da un primo cordone di carabinieri e avieri italiani, a sua volta accerchiato dai militari americani della Delta Force — restituisce plasticamente la tensione diplomatica di quelle ore e la portata simbolica dello scontro tra sovranità e subalternità.
La cronaca e la successiva analisi storica convergono nel leggere quell’episodio come l’ultimo grande atto di orgoglio nazionale. La politica italiana non ebbe remore: la posizione del governo Craxi fu ferma, non assertiva ma neppure timorosa. A distanza di tempo, quella fermezza appare come un doppio segnale. Da un lato, l’affermazione della sovranità nazionale come principio intangibile; dall’altro, la volontà di posizionare l’Italia in modo baricentrico tra Occidente, Africa e Medio Oriente.
Il ruolo di “cerniera” che Craxi immaginava per l’Italia non doveva essere soltanto geografico, ma politico e strategico. In quella visione si intravedeva una politica estera autonoma, non una “comfort zone” diplomatica. Proprio l’abbandono di quella ambizione, nel tempo, ha finito per erodere una parte dell’indipendenza e dell’influenza del nostro Paese.
Rievocare Sigonella oggi — anche in una curiosa concomitanza con le nuove crisi mediorientali — significa riscoprire il valore di un protagonismo nazionale capace di equilibrio e coraggio. La posizione del governo Craxi tracciò con chiarezza il confine tra alleanza e subalternità, tra fedeltà atlantica e autonomia di giudizio. Fu quella la stagione in cui Yasser Arafat, simbolo della causa palestinese, venne paragonato dallo stesso Craxi a Giuseppe Mazzini: un riconoscimento politico che testimoniava una visione alta e complessa delle relazioni internazionali.
Sigonella resta, quarant’anni dopo, un monito e un paradigma: non ne fu colta pienamente la portata politica e simbolica. Oggi la riscopriamo, forse, in un nuovo equilibrio di corsi e ricorsi storici — tra amor patrio, visione internazionale e un rinnovato protagonismo socialista.