Trump a Putin: “Hai 50 giorni. Poi la bua te la faccio io.” No, non è una battuta da scuola media, è geopolitica da prima serata. Tra amici, si litiga. Poi si fa pace. Succede da bambini, succede tra ex compagni di liceo, succede perfino tra leader mondiali dal potere illimitato, che alla fine restano pur sempre uomini con qualche debolezza e, diciamolo, parecchio ego. È il caso del duetto Trump-Putin. Un rapporto affettuoso planetario iniziato già nella prima presidenza del tycoon, quando lo zar e il miliardario si fiutarono e si piacquero. Da lì, una relazione ambigua fatta di strizzatine d’occhio, strette di mano e, ogni tanto, coltellate sotto al tavolo. Trump, fresco di nuovo insediamento (almeno nella sceneggiatura alternativa che si porta avanti da mesi), avrebbe telefonato a Putin – rigorosamente in privato – per proporgli una trovata: dichiarare la pace con Zelensky. Così, d’un colpo solo, avrebbe incassato punti mediatici e un Nobel anticipato. Putin, lusingato ma pragmatico, avrebbe risposto sì, ma con una postilla: nuove elezioni in Ucraina, perché lui l’attuale presidente non lo riconosce, il mandato è scaduto da un pezzo (anche se la legge marziale, ahimè, lo regge ancora in piedi). Dopo, se ne riparla. Trump ha fatto come sempre: ha preso la parte comoda, l’ha confezionata a modo suo e si è presentato alla stampa in stile John Wayne, assicurando una pace imminente. Peccato che nessuno degli accordi fosse reale. Risultato: una figuraccia internazionale. Ma da cattivo presidente e ottimo affarista, ha cambiato strategia. Durante la visita di Zelensky alla Casa Bianca, lo ha trattato come un cliente scomodo, poi ha fatto marcia indietro. Perché? Per ottenere – e pare ci sia riuscito – lo sfruttamento delle terre rare ucraine, di cui stranamente non parla più nessuno. Nel frattempo, il teatrino globale ha spostato i riflettori: prima su Gaza, poi su una guerra lampo finta con l’Iran, utile a distogliere l’attenzione dal pasticcio ucraino. Ma la pace promessa resta lettera morta. Ed eccoci di nuovo in Ucraina. L’Occidente scalpita per ricostruire – serve rilanciare l’economia – ma serve anche il via libera di Putin, che non molla, anzi, bombarda con più convinzione di prima. A questo punto, l’amicizia Trump-Putin vacilla. Il tycoon ha fretta, vuole chiudere la partita, e lancia un ultimatum: 50 giorni per la pace con Zelensky, altrimenti “fulmini e saette” (testuali parole no, ma il tono c’era). Minaccia reale o nuova sceneggiata da palcoscenico? Difficile dirlo. Quello che è certo è che il mondo continua ad essere governato da personaggi più simili a comparse da talk show che da statisti. E noi? Li abbiamo accettati. Quindi, se oggi Trump e Putin sono ancora “un po’ amici e un po’ nemici”, il merito (o il demerito) è anche nostro. A seconda dei gusti.
Trump e Putin: amici, nemici, affaristi – a seconda del copione