Donald Trump si è infilato in un cul-de-sac. L’Iran può permettersi di aspettare, lui no. La crisi internazionale innescata dalla sua strategia – più simile a una scommessa ad alto rischio che a una visione geopolitica – lo ha condotto in un vicolo cieco che non aveva previsto. L’errore di fondo è stato sottovalutare l’impatto sistemico di un conflitto nell’area più sensibile per l’equilibrio energetico globale: lo stretto di Hormuz. Qui ogni tensione si traduce immediatamente in instabilità dei mercati, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia mondiale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’impennata dei prezzi, un clima favorevole alla speculazione e una crisi destinata a lasciare strascichi ben oltre la fine delle ostilità. Anche se oggi il conflitto dovesse arrestarsi il ritorno alla normalità richiederebbe tempo – e nel frattempo sarà il resto del mondo a pagarne il conto. Nel frattempo il governo guidato da Netanyahu prosegue senza esitazioni nelle operazioni militari, contribuendo a rendere ancora più fragile ogni ipotesi di negoziato. Sullo sfondo attori globali come la Cina osservano con crescente preoccupazione, consapevoli che un’escalation fuori controllo potrebbe avere ripercussioni ben oltre la regione. Le dichiarazioni di Trump si fanno via via più aggressive, quasi febbrili. Il tempo politico per lui si sta esaurendo, mentre l’Iran, pur duramente colpito, dimostra una resilienza che complica ogni previsione. Teheran non ha bisogno di vincere: le basta resistere, logorare, trascinare il confronto fino a rendere insostenibile il costo per Washington. Negli Stati Uniti cresce il fronte di chi ritiene preferibile un accordo dignitoso a una guerra lunga, costosa e priva di risultati concreti. La sensazione è che la strategia dell’amministrazione sia ormai arenata, intrappolata in una dinamica senza sbocchi chiari. Il parallelo con Vladimir Putin e l’invasione dell’Ucraina emerge quasi spontaneo: anche allora si immaginava una vittoria rapida, quasi indolore. La realtà ha raccontato altro – una resistenza lunga, tenace, capace di ribaltare ogni previsione iniziale. Trump sembra aver commesso lo stesso errore di valutazione. Pensava di piegare l’Iran in pochi giorni; si ritrova invece invischiato in una crisi che erode consenso interno e credibilità internazionale. E più il tempo passa, più il suo margine di manovra si restringe. Il cul-de-sac ormai non è solo geopolitico. È anche politico. E da lì uscire senza pagare un prezzo altissimo appare sempre più difficile.
Trump nel vicolo cieco: il tempo gioca contro di lui