Nella vita tranquilla di un’esistenza irrompe all’improvviso un ciclone. I fiumi impazziscono, le correnti impetuose travolgono e distruggono ogni cosa. Arrivano il terrore, le notti insonni, il freddo di chi è costretto a dormire all’addiaccio. Poi, giorno dopo giorno, ci si abitua. Tutto torna normale.
Tutto torna normale nei nostri comportamenti emotivi. Parlo di emozioni perché mi riferisco alla vita degli uomini quando vengono attraversati da una malattia, da una notizia terribile che prospetta un futuro difficile, diverso, un cambiamento radicale. Eppure, come accade in natura, anche dentro di noi, lentamente, tutto torna normale. Anche la malattia, e il comportamento della famiglia che le ruota intorno, diventano parte di una nuova quotidianità. Diventa normale convivere con l’attesa che arrivi la fine. Normale organizzare le giornate, parlare di cose comuni, continuare a vivere.
Tornano i progetti, i programmi, le domande di sempre: cosa facciamo domani? E anche tu, che avresti voluto farla finita al solo pensiero che tutto questo potesse accadere, finisci per adeguarti. Ogni tanto ti chiedi: perché proprio a me? Ma la domanda rimane lì, sospesa, senza una risposta capace di cambiare le cose. Accade anche quando si perde una persona cara. L’esistenza, subito dopo, ma proprio subito dopo, magari il giorno seguente, sembra una ragione impossibile da comprendere. E poi, lentamente, ciò che appariva impossibile diventa possibile. Diventa possibile che tutto torni normale.
Ma che cosa significa, davvero, tornare alla normalità? Forse non significa ritrovare la vita di prima, né cancellare ciò che è accaduto. Significa piuttosto imparare a vivere dentro una realtà nuova, nella quale anche il dolore, senza scomparire, trova un posto. È come se l’esistenza avesse una sua ostinata capacità di ricomporre le cose, di spingerci nuovamente verso il domani, persino quando non sappiamo più immaginarlo. Allora ricominci da capo. Ricominci a mettere la diga al suo posto, a ricostruire il panorama sottostante, cercando di restituirgli l’aspetto che aveva prima.
Eppure qualcosa è cambiato. Anche quando tutto sembra al proprio posto, tu sai che nulla sarà più esattamente come prima. Il disastro continua a vivere nella memoria, riaffiora nei momenti più inattesi e ti ricorda quanto sia fragile ciò che chiamiamo normalità. Forse è proprio questa la contraddizione dell’esistenza: siamo convinti che la normalità sia una condizione stabile, un ordine che ci appartiene, mentre è soltanto un equilibrio provvisorio, continuamente esposto alla possibilità di essere spezzato. E tuttavia siamo capaci di ricostruirlo, quasi senza accorgercene.
Non perché dimentichiamo, ma perché vivere significa anche continuare, nonostante tutto. Mi chiedo allora se tutto tornerà normale anche oltre la vita che conosciamo. Se esista un ordine più grande nel quale ogni frattura trovi una ricomposizione, ogni perdita una ragione, ogni dolore una conclusione. È una domanda che appartiene alla filosofia, ma anche alla speranza di ciascuno di noi: il desiderio di credere che ciò che oggi ci appare incomprensibile possa, un giorno, assumere un significato diverso. E questa è una domanda che sembra avere già una risposta, perché non potrebbe essere altrimenti. Sì, tutto tornerà normale. Anche per noi.